Debito pubblico, un peso da 52mila euro per ogni cittadino. Cosa serve per renderlo sostenibile

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Buona lettura,
Walter Galbiati, vicedirettore di Repubblica
Ora c’è il bollino della Banca d’Italia. Il debito pubblico a fine 2025 è arrivato alla straordinaria cifra di 3.095 miliardi, un’enormità che per renderla comprensibile e colorirla un po’ si può dividerla per ogni cittadino italiano.
Quanto ci pesa. Sulla testa di ciascuno di noi pesano 52,5mila euro di debito, un importo che probabilmente non ripagheremo mai, ma che per non farci affossare è necessario rendere sostenibile attraverso continue emissioni di titoli di Stato.
Sale, sale. Ovvero quando scade un prestito, se non lo ripaghiamo, dobbiamo trovare qualcuno disposto a farcene uno nuovo. E non è sempre scontato che ci sia, perché il debito non fa altro che salire. Ora è al nuovo record storico e rispetto a un anno fa, è aumentato di 128,6 miliardi.
Il rapporto col Pil. A quanto ammonta in percentuale sul Pil, invece, lo sapremo il prossimo 2 marzo quando l’Istat pubblicherà i dati relativi al Prodotto interno lordo del 2025. La stima del governo è che si attesti al 136,2%, aggiudicandosi il peggior rapporto in Europa al di sotto solo di quello della Grecia che ondeggia intorno al 150%.
La tendenza. Questa percentuale e la sua traiettoria sono importanti perché sono due dei principali indicatori che guardano le agenzie di rating per dare la pagella ai conti pubblici. E nel Documento programmatico di finanza pubblica dello scorso ottobre, il Mef ha scritto che anche nel 2026 il debito peggiorerà in rapporto al Pil, perché si attesterà al 137,4%.
L’inversione di rotta. La discesa inizierà solo nel 2027, quando si arriverà al 137% e continuerà l’anno dopo, scendendo al 136%. Un livello sempre alto, ma che getta una debole speranza sul prosieguo del ridimensionamento del debito italiano.
Il peso del Superbonus. Il miglioramento sarà generato soprattutto dal venir meno dei crediti di imposta dei bonus edilizi, che passeranno dall’1,9% del Pil del 2025 allo 0,5% del 2028. Solo lo scorso anno sono stati pagati 42,8 miliardi di bonus, circa il 40% del fabbisogno da 109 miliardi, calcolato da Bankitalia. Il picco sarà il prossimo anno quando si arriverà a 44,8 miliardi per poi scendere progressivamente.
L’importanza della crescita. Il debito, pur grande, non fa paura se è compensato dalla crescita del Pil. “Al momento non sembra ci sia un tema di debito”, spiega Carlo Altomonte, professore associato di Economics presso l’Università Bocconi. Lo diventerebbe se venisse meno la spinta del Pil o aumentassero le spese dello Stato.
La calma apparente. “La prudenza dei conti – continua Altomonte – ci lascia abbastanza tranquilli e oggi va molto meglio che in passato, ma il margine resta molto piccolo e basta non essere chiari sulle fonti di finanziamento futuro o sulla direzione della crescita post Pnrr o ancora su come articolare la spesa per la Difesa perché il mercato inizi a farsi delle domande”.
I cambi repentini. “Adesso siamo in una situazione sicuramente favorevole ma poi – avverte Altomonte – l’orientamento del mercato può spostarsi molto velocemente. L’incognita vera è capire dove l’Italia troverà i driver di crescita nell’attuale contesto post Pnrr e come utilizzerà e metterà in uso tutto il risparmio privato, sia delle famiglie che delle imprese per far crescere l’economia”.
Le stime del Pil. Dopo il rimbalzo post Covid, la crescita è tornata allo zero virgola. Nel 2025 la lancetta del Pil dovrebbe fermarsi allo 0,5% e per il 2026 le stime del governo parlano di un Pil che non andrà oltre lo 0,7%. Un po’ meglio nel 2027 con un rialzo dello 0,8% e nel 2028 dello 0,9%.
Il contributo del Pnrr. Lo 0,7% dell’anno appena iniziato tiene conto dell’apporto del Pnrr che però si esaurirà a giugno. Lo stop non sarà facile da digerire, perché senza il contributo decisivo del piano di aiuti europeo, l’ufficio studi di Confindustria ha calcolato che nel 2025 il Pil sarebbe stato negativo dello 0,3% e per il 2026 sarebbe salito solo dello 0,1%.
La traccia nei debiti. Il contributo dei prestiti europei è stato fondamentale per la crescita ed è visibile nei conti pubblicati da Bankitalia sul debito. La maggior parte, circa l’80% dei finanziamenti sono titoli di Stato, ma ben 123 miliardi di prestiti arrivano dall’Unione europea, attraverso i programmi Sure, utilizzato soprattutto per pagare la cassa integrazione post Covid e il Pnrr, che aveva un valore complessivo di 191,5 miliardi, di cui 68,9 a fondo perduto.
Il mercato. Al di là dei fondi europei, il finanziamento del debito deve arrivare dal mercato. Ad oggi, nonostante un Pil risicato, i Btp italiani sono ancora appetibili, perché rendono in media il 3%, più dei titoli di Stato di Spagna, Francia e Germania.
Chi compra i Btp. I maggiori acquirenti sono i non residenti, ovvero gli investitori esteri (famiglie, aziende, fondi, banche etc) che ne possiedono oltre il 30%, più di 1.000 miliardi. Un amore cresciuto recentemente con un balzo del 35,8% rispetto a inizio 2024 quando la quota era di 789 miliardi.
Come loro anche le famiglie italiane e le imprese non finanziarie sono tornate a comprare i titoli di Stato. A febbraio 2022, questo comparto pesava solo per il 7,8% del debito, oggi è arrivato al 14,6% con uno stock di 450 miliardi.
La lenta uscita di Bankitalia. A non rinnovare i prestiti è stata invece Banca d’Italia, in linea con le disposizioni della Banca centrale europea che ha chiesto di non riacquistare più i titoli di Stato man mano che giungevano a scadenza quelli in portafoglio comprati nell’ambito dei programmi App (Asset purchase programme), avviato nel 2014 e riattivato con la pandemia, e Pepp (Pandemic emergency purchase programme), pensato in coincidenza con l’emergenza Covid.
La quota. Nel corso del 2025 la porzione del debito detenuto dalla Banca d’Italia è diminuita, collocandosi al 18,5%, dal 21,6 al termine dell’anno precedente. Nel 2022 era arrivata al 25%. Le banche italiane, invece, possiedono 627 miliardi, pari al 20,1% dello stock, in leggero rialzo.
Quando nessuno voleva comprare i titoli europei, perché rendevano poco e si era in piena crisi economica, le banche centrali si sono attivate per sostenere il debito dei Paesi europei.
Finita l’emergenza è iniziato il piano di dismissione. E ai compratori istituzionali sono oggi subentrati le famiglie e gli investitori esteri, attirati dai rendimenti saliti da zero ai tempi del Covid all’attuale 3% medio.
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