Basilicata

L’ultimo addio a Michele Albanese, la sua storia non finisce qui

Folla commossa a Cinquefrondi per l’ultimo addio a Michele Albanese, giornalista sotto scorta e voce libera dell’antimafia calabrese. L’omelia di Monsignor Giuseppe Alberti, vescovo della Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi, «La sua storia non finisce»


Amore. È stata questa la parola chiave nel ricordo commosso e sentito di Michele Albanese, nelle parole di Monsignor Giuseppe Alberti, vescovo della Diocesi di Oppido Mamertina-Palmi. L’amore profondo e riservato per la sua famiglia e l’amore speso nell’impegno civile verso la sua Calabria, una terra che ha servito con coraggio nonostante le minacce e la necessità di vivere sotto scorta.

MICHELE ALBANESE, UNA VOCE LIBERA

A Cinquefrondi, nella chiesa gremita della comunità parrocchiale, la Calabria ha dato l’ultimo saluto a Michele Albanese, giornalista de Il Quotidiano del Sud, sotto scorta simbolo dell’informazione antimafia e voce libera del territorio. Accanto alla famiglia, alla moglie Melania e alle figlie Maria Pia e Michela, si sono stretti rappresentanti del mondo del giornalismo, delle istituzioni, di Libera e della società civile, arrivati da tutta la regione per rendere omaggio a una vita spesa in difesa della verità.

L’ADDIO DELLA COMUNITÀ

Nell’omelia, monsignor Alberti ha ricordato che «la storia di Michele non finisce», sottolineando come per i credenti la morte non rappresenti una chiusura, ma un passaggio, un affidamento al Signore che rende continua la trama di esperienze, ferite, speranze e progetti vissuti in terra. Il sacerdote ha parlato di un momento «fondamentale come il battesimo», spiegando che la comunità cristiana affida Michele a Dio perché il suo cammino di giustizia e di impegno civile trovi compimento in una dimensione che va oltre i limiti umani.

UNA FOLLA COMMOSSA A CINQUEFRONDI

In chiesa erano presenti la parrocchia, la diocesi, i referenti di Libera, don Luigi Ciotti e realtà associative che negli anni hanno condiviso con Albanese percorsi di testimonianza contro le mafie. «Qui – si legge nell’omelia – si intrecciano comunità cristiana e comunità civile, il mondo del giornalismo, le storie di una Calabria ferita che inciampa, cade, ma continua a rialzarsi». Un abbraccio collettivo rivolto anzitutto ai familiari, chiamati a custodire l’eredità umana e spirituale di un marito e un padre che ha scelto di restare in prima linea nonostante minacce e paure.

IL PRIMO AMORE, LA FAMIGLIA DI MICHELE ALBANESE, LA SUA FORZA SILENZIOSA

Il vescovo ha definito la famiglia il «primo grande amore» di Michele Albanese, la radice nascosta ma decisiva della sua forza. Per 35 anni di vita insieme con la moglie Melania e nella crescita delle figlie Maria Pia e Michela, il giornalista ha trovato un motore vitale fatto di affetto, sostegno e condivisione anche nei momenti più duri.

I MESI SEGNATI DALLA MALATTIA

Gli ultimi otto mesi, segnati dalla malattia e dalla sofferenza, sono stati ricordati come una prova affrontata non solo da Michele, ma da tutti i suoi cari, con «tanta forza, tanta speranza, tanto amore e tanta fede». Una stagione difficile, vissuta senza clamori, nella quale l’unità familiare ha rappresentato il riparo più autentico per un uomo abituato a camminare sulla linea sottile tra il dovere di cronista e il peso della minaccia mafiosa.

MICHELE , UN CRISTIANO SULLA “STRADA” E I DODICI ANNI SOTTO SCORTA

Nell’omelia è stata ripercorsa la lunga stagione vissuta da Albanese sotto tutela, oltre dieci anni di scorta per il suo lavoro di inchiesta sulla ’ndrangheta e per la scelta di non voltarsi dall’altra parte. «Ha vissuto la sua fede sulla strada», ha spiegato il sacerdote, «entrando nelle ferite del popolo, nelle contraddizioni della società, nelle speranze di una libertà autentica».

Il riferimento alla Lettera di san Giacomo ha offerto la chiave di lettura del suo impegno: una prova affrontata nella storia, tra malattia e minacce, sostenuta dalla convinzione che la verità rende liberi e chiama a dare voce a chi non ha voce. Michele non ha cercato “corone” o riconoscimenti, ma «la corona della vita», quella che, nella prospettiva cristiana, il Signore riserva a chi semina bene fino in fondo.

ARTISTA DELLA PAROLA E SENTINELLA DI LIBERTÀ

Per il celebrante, Michele Albanese è stato un vero «artista della parola»: capace di scrivere e parlare con chiarezza ed efficacia, senza mai cedere all’autoreferenzialità o al protagonismo. La sua penna ha toccato il cuore non per compiacere, ma per inseguire un disegno profondo di giustizia, di libertà, di cambiamento possibile.

L’AMORE SMISURATO PER LA CALABRIA

Il secondo grande amore di Albanese, ricordato più volte, è stato la Calabria: una terra sognata diversa, «ferita e bellissima», per la quale ha speso energie, passione e perfino pezzi della propria libertà personale. La scorta, i processi, le minacce hanno rappresentato il prezzo pagato per aver scelto di non restare sulla superficie, di non accettare passivamente i fatti, ma di «approfondire per capire, fare luce, creare le premesse di un cambiamento». Ogni articolo, ogni denuncia, ogni scelta scomoda descritti come «un germoglio» e «un raccolto offerto al bene comune».

A CHI RESTA IL DOVERE DI CONTINUARE IL CAMMINO CON LA STESSA SCHIENA DRITTA

A chi resta, ha concluso il sacerdote, spetta «il dovere di continuare il cammino con la stessa schiena diritta, con lo stesso amore per la verità, con la stessa fede nella giustizia», sapendo che «la verità, anche sotto scorta, non cammina mai da sola».

Questa omelia funge da ultimo saluto a Michele, un giornalista calabrese descritto come un artista della parola che ha dedicato la sua esistenza alla ricerca della giustizia e della verità.

LEGGI ANCHE: L’ultimo addio al nostro Michele Albanese


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