«Cambierà la scuola». Resta il nodo del trasporto pubblico

ANCONA Settimana corta sì, settimana corta no. Il tema, quando si è incominciato a discutere di introdurre la sperimentazione in alcune scuole superiori della regione, ha sempre fatto molto discutere. Il funzionamento è semplice: gli alunni vanno a scuola dal lunedì al venerdì e riposano di sabato e domenica. Le ore che avrebbero dovuto fare durante la giornata di sabato vengono recuperate, allungando leggermente le altre giornate scolastiche e ogni istituto è libero di decidere come farlo. Qualcuno prevede dei veri e propri rientri, altri allungano solo alcune giornate e riducono la lunghezza dei blocchi di lezione.
Le opinioni
La maggioranza dei dirigenti scolastici interpellati è comunque allineata: la settimana corta è un modo per proiettarsi verso il futuro. Non ha dubbi, per esempio, Emiliano Giorgi, che guida il liceo scientifico “Calzecchi Onesti” di Fermo. Nel suo istituto la sperimentazione partirà da settembre, dopo un lungo percorso di confronto tra docenti, famiglie e studenti. «Non è solo una rimodulazione dell’orario – spiega il dirigente – Ma una scelta che interpreta i cambiamenti della nostra società. Il sabato, ormai, è un giorno difficile per fare scuola. Tra assenze, gare sportive e impegni familiari, i ragazzi frequentano davvero poco».
Stessa direzione a Pesaro, dove l’istituto agrario “Cecchi”, pioniere della sperimentazione, convive con la settimana corta da quattro anni. Il preside Riccardo Rossini parla di una scelta che ormai è «strutturale». «Per un istituto come il nostro, organizzare meglio il tempo significa anche strutturare la formazione in maniera più efficace», spiega Rossini. «Il sabato libero permette ai ragazzi di fare stage, lavorare nelle aziende agricole dove hanno contatti e con cui hanno collaborato». Altri alunni fanno una scelta diversa. «Non bisogna dimenticare che è anche un modo per recuperare meglio le energie, in vista della settimana successiva». Anche questa, secondo Rossini, è una scelta più che lecita.
Il nodo
Se il principio convince un po’ tutti, il nodo resta uno solo: quello del trasporto pubblico che deve adattarsi ai nuovi orari dei ragazzi. È qui che la sperimentazione diventa una partita delicata. Non tutti i genitori possono andare a prendere i figli, gli autobus non passano a tutte le ore e i pendolari non possono permettersi di rimanere a piedi solo perché la loro scuola ha rimodulato l’orario.
Lo sa bene Rosanna Moretti, che ad Ascoli guida l’IIS Ulpiani, che ha un indirizzo agrario e l’alberghiero. Nella sua scuola, oltre il 90% degli studenti sono pendolari. Anche qui, da poco si sperimenta la settimana corta.
Il trasporto
«Da queste parti non esistono bus a tutte le ore. Per questo abbiamo costruito l’orario insieme alle aziende del trasporto pubblico locale. Lo abbiamo cucito su misura, in modo che si adattasse alle esigenze di tutti». La dirigente parla di un lavoro durato mesi, cercando di mettere in comunicazione istituzioni e famiglie. «C’è comunque grande flessibilità. Chi proprio non ha modo di tornare a casa, perché le giornate si sono allungate, è autorizzato a uscire dieci minuti prima». Un approccio condiviso anche nel capoluogo, dove Maria Alessandra Bertini, preside dell’Istituto Savoia Benincasa, invita alla prudenza. Qui la sperimentazione non è ancora partita perché, appunto, bisogna prima sbrogliare la matassa del trasporto. Atma e Conerobus, che gestiscono il trasporto locale, stanno ancora studiando un piano. «Dobbiamo allineare bene le esigenze della scuola con quelle del trasporto pubblico, il diritto allo studio deve restare garantito per tutti».
Alle famiglie piace
Alle famiglie, comunque, questa soluzione sembra piacere. All’agrario di Macerata, dove la settimana corta partirà da settembre, Antonella Canova racconta che «circa il 75% dell’utenza si è detta favorevole». Un sì motivato dal desiderio di «più tempo per la famiglia, lo sport e il recupero». A beneficiarne saranno soprattutto per gli studenti convittori, che potranno trascorrere un giorno in più a casa. I dirigenti ne sono certi: questa è un’occasione per ripensare il modo di fare scuola in Italia oggi. «La parcellizzazione dei saperi aumenta lo stress degli studenti, già molto forte in questo periodo storico. Compattare l’orario ci permette di lavorare su una didattica più attenta al benessere», spiega Bertini. Alcune scuole hanno già consolidato il modello, altre si preparano a partire. Una cosa, comunque, sembra certa: la settimana corta non è una moda passeggera, ma un laboratorio aperto sul futuro dell’istruzione.




