Due ricercatori andati via dall’Umbria studiano la “fuga” dei giovani e come trasformarla in risorsa

di Daniele Bovi
«I giovani che lasciano i territori di origine non vanno letti esclusivamente come una perdita, ma come una risorsa strategica per la co-produzione di conoscenza, visioni di futuro e politiche pubbliche territoriali». È questo il punto di partenza di una ricerca che sarà condotta nei prossimi mesi da Francesco Berni, docente di Urbanistica all’Università per Stranieri di Perugia, e Alessandro Latterini, sociologo dell’Università degli Studi di Firenze. I due studiosi (entrambi umbri ora fuori regione per motivi professionali) hanno deciso di affrontare il tema della diaspora giovanile, tra i problemi più gravi del tessuto socio-economico umbro, non solo con l’obiettivo di definirne meglio i contorni, ma anche per leggerla come un’opportunità per costruire politiche regionali innovative in Umbria.
I numeri La ricerca nasce da un (pesante) dato di fatto: negli ultimi anni l’Umbria – di recente inserita anche nella Zona economica speciale insieme alle Marche – ha perso una parte significativa della sua popolazione giovane. Secondo i dati Istat, tra il 2013 e il 2022 oltre 10mila residenti con meno di 40 anni hanno lasciato la regione. Di questi, più di 2.500, pari al 25,3 per cento, sono laureati. Non si tratta solo di numeri. Quando a partire sono soprattutto giovani formati – spiegano Berni e Latterini – il territorio perde competenze, energie e relazioni. Si indeboliscono quelle reti di fiducia e collaborazione che tengono insieme una comunità e che spesso fanno la differenza nella capacità di innovare e creare nuove opportunità.
Ribaltare la prospettiva In questo contesto, continuare a leggere la partenza dei giovani solo come una sconfitta rischia però di essere riduttivo. L’idea di Berni e Latterini è ribaltare la prospettiva: chi è andato via può diventare un ponte tra l’Umbria e altri territori, una rete di ambasciatori capaci di portare competenze, esperienze e nuovi punti di vista. La ricerca si sviluppa in due fasi. La prima prevede un’analisi critica dei dati ufficiali disponibili, con particolare attenzione alla fascia di età tra i 18 e i 40 anni. L’obiettivo è capire non solo quanti sono partiti, ma anche con quali caratteristiche, titoli di studio e percorsi professionali. La seconda fase ha al centro un approfondimento qualitativo basato su un questionario (qui il link per partecipare) rivolto ai giovani umbri che vivono o lavorano fuori regione.
Le domande Il questionario è articolato in diverse sezioni e affronta temi come le motivazioni della partenza, la situazione lavorativa e abitativa attuale, il grado di soddisfazione rispetto alla qualità della vita nel nuovo contesto, le difficoltà incontrate. Una parte importante è dedicata al rapporto con l’Umbria: quali sono i punti di forza percepiti, quali le criticità, cosa manca di più quando si vive altrove. Si indagano anche le modalità di rientro, la qualità dei collegamenti, la frequenza con cui si torna e le ragioni che spingono a farlo, che spesso hanno a che fare con la famiglia, gli affetti, il paesaggio e i prodotti locali.
La distanza Un altro capitolo centrale riguarda la partecipazione “a distanza”. I ricercatori vogliono capire se e come i giovani emigrati mantengono legami professionali e personali con la regione, quale livello di fiducia ripongono nelle istituzioni locali e attraverso quali strumenti si sentirebbero in grado di contribuire. Si parla di associazionismo, iniziative civiche, incontri online, ma anche di eventuale disponibilità a rientrare, a determinate condizioni. Non si tratta solo di chiedere se tornerebbero, ma di capire cosa servirebbe perché quel ritorno diventi una scelta possibile. L’obiettivo è raccogliere almeno 350 questionari i cui risultati, dopo l’analisi, saranno sottoposti a chi nelle istituzioni locali si occupa di politiche giovanili, infrastrutture e programmi di innovazione sociale.
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