Nayt a Sanremo 2026: «Il rap è uno specchio più fedele della società, dentro c’è anche introspezione. Vado in terapia, mi interessa leggere, riflettere. Prima che parla del tentativo di stare insieme agli altri»
Nayt arriva al Festival di Sanremo con Prima che, il brano che porta per la prima volta sul palco dell’Ariston. «Il percorso che mi ha portato a Sanremo è stato lineare, l’ho costruito in un modo lento ma solido. Penso di andarci nel modo più onesto possibile», dice durante l’incontro pre-Festival.
Negli anni è stato spesso associato al rap «conscious», una forma di scrittura che privilegia introspezione, riflessione sociale e conflitto interiore rispetto all’immaginario più spettacolare del genere. Come si pone rispetto al fatto di portare a Sanremo un tipo di rap meno conosciuto dal pubblico generalista, lontano dal cliché del rapper fatto di ostentazione e provocazione? «Sento più il desiderio di comunicare che categorizzare. Il rap è uno specchio molto più fedele della società di quanto si pensi: dentro puoi trovare la volgarità, l’introspezione, la superficialità, la profondità. Non mi interessa scendere su un piano di comunicazione semplificato o costruito su un’immagine. Mi interessa fare il mio e stimolare ad approfondire».
Prima che, scritto da lui e prodotto da Zef, nasce da una domanda: cosa resta quando si tolgono strutture sociali, abitudini, ruoli. Lui la racconta così: «Parla del tentativo di stare insieme agli altri. Parla della ricerca dell’identità personale e collettiva. Ci scontriamo spesso in una incapacità di vedere l’altro e avere confronti sani, scegliamo di dividerci dal punto di vista sociale, affettivo, amicale, professionale. È un tema centrale in questo periodo, lo sento così nella mia vita. Mi è uscito naturalmente, ne parlo nella mia musica negli ultimi anni».
Classe 1994, romano, Nayt ha costruito la propria carriera fuori dai talent, partendo dalla trilogia Raptus che lo ha imposto come una delle penne più riconoscibili della sua generazione. A quella sono seguiti MOOD (Oro), DOOM (Platino), HABITAT (Oro) e Lettera Q (Oro), fino ai palasport di Roma e Milano. Una traiettoria che unisce rap e tensione cantautorale.
Il discorso torna spesso su responsabilità e identità. «Io sono dell’idea che smettere di dare potere agli altri si applica anche agli strumenti come i social. Come tanti sono soggetto a queste dinamiche, cerco di lavorare il più possibile su me stesso». E quando parla dei trentenni di oggi, evita toni da manifesto: «Cerco di non scadere nella retorica, ma siamo una generazione di mezzo. Non siamo cresciuti col telefono in mano come i ventenni, noi ci siamo ritrovati col telefono in mano. Questa generazione di mezzo ha le chiavi per fare da ponte».
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