The Last Dinner Party + Sunday (1994) – Live @ Fabrique (Milano, 13/02/2026)

Ritornano nel nostro paese The Last dinner party, dopo un paio d’anni dal primissimo concerto, sempre a Milano, in Santeria, sulla scia di un chiacchiericcio planetario. Ora le cose si sono fatte ancora più serie e lo scettro di paladine, quali salvatrici della musica che conta, rimane saldamente in loro possesso.
Audience in crescita, e si passa quindi ad uno step successivo, al club di media capienza con un pubblico particolarmente giovane, in un Fabrique tutto esaurito per l’occasione per un escalation di carriera assolutamente in discesa.
Presentano il sempre difficile sophomore, “From The Pyre“, che dopo un debutto così visibile, per non dire acclamato, rimane un passaggio complicato per un artista e pieno zeppo di insidie e domande su quale strada percorrere per non deludere, facendo uno passo successivo, che, come dire, metta d’accordo un po’ tutti.
Loro confermano le sensazioni del debutto, c’è assolutamente continuità nella scrittura, tradotta in un’ulteriore manciata di ottime canzoni con l’agognata capacità di essere colte e popolari allo stesso tempo, tra il solito approccio glam, unito ad una personale rilettura di un certo pop barocco.
Brani che arricchiscono la setlist, chiaramente più scarna, con un solo lavoro all’attivo e quindi il live, in sè, incomincia ad assumere un certo spessore con una ventina di tasselli al servizio.

Apre la serata un progetto americano, Sunday (1994), che ad una veloce lettura, leggendoli appunto nella line up della prima estate a Camaiore, avevo quasi esultato per un ritorno impossibile, quello dei quasi omonimi Sundays, assoluta cult band dello shoegaze.
Invece nulla di tutto questo, ma un ottimo progetto di dream pop con reminiscenze ninenties e divagazioni mainstream, contestualmente, per questo moniker, esordienti, con un disco debutto, l’omonimo del 2024 e l’EP “Devotion” pubblicato lo scorso anno, ma capitanati da Paige Turner, songwriter losangelina con già diversi dischi all’attivo.
Oggettivamente sono una signor sorpresa per me, ma non per indie for bunnies che ne aveva già tessuto le lodi, seguendone le gesta, perché hanno canzoni bellissime, piccola gioia di trovare un certo entusiasmo verso nuovi artisti.
Dal vivo suonano circa 35 minuti, e confermano le attese, con la sensazione di trovarli quanto prima in un tour tutto loro, verso un’ascesa apparentemente già definita e sarebbe un peccato che non fosse così.
The Last dinner party, invece, sono già un nome nuovo e consolidato, da decennio, quando, a tempo debito, si tireranno le somme, di chi è riuscito ad imporsi negli anni venti, e si, loro ci saranno. Il coloratissimo ed eccentrico show rasenta la perfezione, toccando tutte le coordinate del progetto, che sembra, realmente, avviato verso lidi giganteschi, ci sono tutti gli ingredienti perché sia così, quindi nessuna sorpresa per un continuo hype esponenziale, che, a differenza di tante altre volte, qui è meritatissimo.
La setlist è presto che fatta, mal contate, le hanno suonate tutte, Abigal Morris ruba l’attenzione ma è ben spalleggiata anche vocalmente da un supporto corale multiforme, anzi, per una volta la folleggiante leader carismatica, sembra quasi un completamento, da quanto le compagne di viaggio siano importanti.
Non credo ci sia molto altro da aggiungere, se non che siano nate delle stelle, e va detto, in ottica di ricambio generazionale, ce n’era bisogno.
CLA-MO-RO-SE
Source link




