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La dose di Novichok poi la rana freccia: Navalny avvelenato due volte da Putin

La morte, quando arriva travestita da silenzio, lascia sempre una traccia più rumorosa di qualsiasi esplosione. Ora quel rumore ha un nome: epibatidina. Una parola chimica, quasi elegante, che suona come una nota sbagliata in una sinfonia di menzogne. Ed è attorno a questa sostanza, una neurotossina estratta dalla pelle di una rana dell’Ecuador, utilizzata dalle tribù indigene nelle cerbottane durante la caccia, che prende forma, con la freddezza dei dati e la brutalità dei fatti, la verità sulla morte di Alexey Navalny.
Cinque laboratori europei indipendenti di Regno Unito, Svezia, Francia, Germania e Paesi Bassi sono giunti alla stessa conclusione analizzando campioni biologici di Navalny, fatti uscire clandestinamente dalla Russia dalla sua famiglia dopo la morte: l’oppositore del Cremlino è stato avvelenato con epibatidina. È stata la vedova Yulia Navalnaya, a dare notizia della scoperta, in una conferenza stampa a margine del vertice sulla sicurezza di Monaco.
Scoperta nel 1974 nella rana freccia Epipedobates tricolor e poi sintetizzata in laboratorio, l’epibatidina è una neurotossina potentissima. Interferisce con i segnali che permettono ai nervi di comunicare con i muscoli. In pratica blocca gradualmente i movimenti del corpo: prima compaiono debolezza e difficoltà nel movimento fino alla paralisi, i polmoni collassano, e la morte sopraggiunge per soffocamento. La soglia tra dose analgesica e letale è talmente sottile da renderla inutilizzabile in ambito medico.
Per Navalny l’avvelenamento non era un evento inedito. Cinque anni prima era già sopravvissuto al Novichok, il micidiale agente nervino sviluppato in epoca sovietica. A curarlo allora fu anche Alexander Polupan, che oggi osserva un inquietante parallelismo: «I sintomi descritti nei resoconti Una tossina letale, presente nelle rane freccia velenose del Sud America. Detta anche «rana freccia velenosa», si tratta di un piccolo anfibio, meglio di un gruppo di piccoli anfibi, della famiglia Dendrobatidae, diffusi principalmente nelle foreste pluviali tropicali dell’America Centrale e Meridionale (Colombia, Ecuador, Perù, Suriname, Brasile, ecc.). Il nome deriva dall’uso tradizionale fatto da alcune popolazioni indigene sudamericane: strofinavano le frecce o i dardi delle cerbottane sulla pelle di queste rane per impregnarli del loro potente veleno, rendendoli letali per la caccia. Le rane in natura accumulano tossine dalla dieta (insetti come formiche e coleotteri velenosi). In cattività (zoo, terrari), con alimentazione di insetti non tossici, diventano invece innocue dopo qualche genera zione. La specie più letale è la rana dorata o rana freccia dorata, endemica della Colombia: basta una quantità minuscola (2-10 microgrammi) per uccidere un adulto (equivalente a 10-20.000 topi), causando paralisi muscolare, insufficienza respiratoria e cardiaca.
Non esiste antidoto universale per tutte le specie.
pubblici della morte di Navalny corrispondono perfettamente agli effetti noti dell’epibatidina». C’è un dettaglio che ha il sapore della firma: nel 2013, un articolo scientifico sulla produzione dell’epibatidina venne pubblicato sul Russian Chemical-Pharmaceutical Journal. Autori gli stessi ricercatori che svilupparono il Novichok.
Navalny è morto il 16 febbraio 2024 nella colonia penale artica di Kharp. Un luogo dove nulla entra per caso. «Il veleno non può essere finito accidentalmente in una cella di punizione», dichiara Maria Pevchikh, giornalista investigativa ed ex collaboratrice di Navalny.
Yvette Cooper, ministro degli Esteri britannico, sentenzia: «I nostri 007 hanno le prove che Putin abbia ordinato di avvelenarlo». E Volodymyr Zelensy, presidente ucraino, sull’ipotesi che a lui possa toccare la stessa sorte: «Cerco di non pensarci; altrimenti sarebbe tutto ciò a cui penso».
L’Opac, l’organizzazione per la proibi- zione delle armi chimiche con sede all’Aja, è stata informata della violazione della convenzione. «Ero certa fin dal primo giorno che mio marito fosse stato avvelenato», dice la Navalnaya. La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen parla di «atto vigliacco perpetrato da uno Stato terrorista». Per il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot «Putin è pronto a usare armi chimiche contro il suo stesso popolo per rimanere al potere».

Ma per la portavoce del ministero degli Esteri russo Maria Zakharova «quando ci saranno i risultati dei test, quando ci saranno le formule per le sostanze, ci sarà un commento. Senza questo, tutti i discorsi e le dichiarazioni saranno solo un’insinuazione informativa volta a distogliere l’attenzione dai problemi urgenti dell’Occidente».


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