Basilicata

Le lacrime per l’olmo di San Lorenzo diventino un progetto comune

Le lacrime per l’olmo di San Lorenzo diventino un progetto comune. Il borgo piange il suo simbolo di identità.


In un paese di terra grecanica il ciclone ha abbattuto  un olmo che aveva oltre 700 anni, l’albero a forma di cupola non c’è più. Ognuno ha voluto ricordarlo: quante conversazioni, parabole e musica sotto i suoi rami. Il Comune ha proclamato il lutto cittadino, il professore Giuseppe Cantarella ha scritto che non andava imprigionato nell’asfalto, e le foto lo mostrano bene. Molti hanno pianto. In tanti lo hanno raccontato come protagonista silenzioso delle vite altrui, ombra rassicurante delle nostre estati arrivato al suo ultimo inverno. Ha resistito a un fungo che ne sterminò molti, è stato certo nido delle ghiandaie come in quella poesia di Giovanni Pascoli. Lo chiamavano Abele, e intorno ci giocavano i bambini.

L’OLMO DI SAN LORENZO: IL RICORDO DEGLI INTELLETTUALI E IL FUTURO DEL SUO LEGNO

Un totem comunitario, lo ha definito l’antropologo Vito Teti. Noemi Evoli, guida turistica e trekker, ha scritto uno struggente addio su Facebook: “Eri l’unico che ha conosciuto i miei avi”. Mario Alberti, autore irresistibile di avventure e incontri sulle littorine della jonica, ha aggiunto: “Quando un albero cade, si porta con sé le storie osservate dalla sua apparente immobilità. Che possa rivivere in altro modo ciò che resta. Si facciano sculture da istallare nelle vie. Così l’olmo non morirà mai”.

Ha un legno pregiato, scadente come combustibile: fatene buon uso, per favore. Tiziano Terzani raccomandava di abbracciare gli alberi come forma di terapia: disegnò degli occhi su un ciliegio perché il nipote potesse capire che hanno vita come noi. Che vanno rispettati, e tagliati con cura. L’agronomo siciliano Giuseppe Barbera ne ha fatto un saggio: sono protagonisti della nostra vita, e noi tante volte nemmeno li consideriamo.

LA MANCANZA DI CULTURA AMBIENTALE E LA SFIDA DEL CLIMA

Giorgio Bocca scriveva: “Un bravo giornalista deve conoscere i nomi degli alberi”. Troppo spesso non li sappiamo. E questo limite che è un segno di scarsa attenzione al territorio. Gli scienziati ci dicono che gli alberi sono da piantare, che sono una forma di resistenza al cambiamento climatico, abbassano la temperatura. Ci sono città come Parigi che hanno preso da tempo questa direzione. La Cina sta rendendo verde uno dei deserti più grandi del mondo, il Taklamakan. Ma dalle nostre parti e nel nostro piccolo, la cura è scarsa, il cemento impera, il parcheggio vince sul giardino.

E però sono questi i giorni in cui si riscopre una rete comune, lui ci metteva insieme e noi non lo sapevamo: l’Ulmus minor teneva in piedi il centro storico, era riconosciuto come patrimonio del Parco dell’Aspromonte, e questo girotondo di commozione lo racconta bene. Per definizione, l’albero si differenzia da animali come noi perché ha le radici, ma siamo proprio sicuri che sia così? Anche noi le abbiamo, le invochiamo anche spesso a sproposito. Ma l’identità ce la dava lui, era una specie di ombrello, una copertura: non avete anche voi la sensazione che ci manchi spesso un tetto comune, che si parli solo con uno schermo?

TRASFORMARE IL DOLORE PER L’OLMO DI SAN LORENZO IN PRIORITÀ PER IL TERRITORIO

Si riparta da questo lutto, allora. Teniamo da parte per un attimo le recriminazioni. Piuttosto: visto che gli eventi estremi si susseguono, proviamo a trasformare questo amore in fatti. La difesa del territorio deve essere una priorità, a costo di qualche sacrificio, a costo di ridurre gli investimenti in attività virtuali, sagre della birra e vari progetti inutili. A costo di abbattere qualche non-finito. La difesa del territorio porta occupazione, e deve vedere in cittadini in prima fila. Il sociologo Zygmunt Bauman scriveva: “La responsabilità è come una patata bollente, da tenere sempre lontana”. Però ne abbiamo bisogno, nella politica, nel sociale, nell’economia. La questione del clima colpisce duro, che sia una spiaggia o un albero chiamato Abele.

SAN LORENZO: UN BORGO DI RESISTENZA E SPERANZA

Il paese? Si chiama San Lorenzo e domina la Vallata del Tuccio, il largo torrente di pietre che diventa l’acquedotto che disseta (non sempre) Reggio Calabria. Come tante fiumare, nutre litorali, riporta (sempre meno) la sabbia. San Lorenzo ha duemila abitanti e anche meno, il 10 % di stranieri, molti indiani impiegati nell’agricoltura e nell’allevamento. C’è una frazione piena di seconde case a mare, dove molti si sono trasferiti, altre con nomi greci: Chorio, Musupuniti. Per arrivare a San Lorenzo si passano agrumeti e qualche gentile coltivazione di fiori. Sulla sinistra, si scorgono talvolta le cime di Pentedattilo. Fino a qualche anno fa, resisteva una scritta incerta spennellata in rosso: “Acqua pi giardini, non passaporti”, con “pi” scritto proprio in quel modo.

C’è il circolo del cinema “Il Pettirosso” che d’estate va a caccia di stelle, una bella biblioteca appena aperta da un gruppo di giovani, che è un segno di speranza. Quel borgo spopolato a 800 metri d’altezza spezzato dal vento potrebbe avere altri cento nomi in Calabria e nel Sud: che l’olmo diventi almeno il simbolo di quello che abbiamo perduto e di quello che dobbiamo difendere, affinché le lacrime abbiano almeno un senso.


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