Panini, birra e Iron Maiden all’alba: la Trieste che mangiava insieme (e non lo sapeva)
15.02.2026 – 10.30 – Dagli storici buffet triestini, con le radici affondate nel passato asburgico della città, agli Iron Maiden alticci in via Madonna del Mare all’alba del terzo millennio. Passando per le pizzerie e i primi raduni paninari in via Oriani nei mitici anni Ottanta. Se da un lato è qualcosa di tipicamente triestino il fatto di sedersi in un locale pubblico per condividere un pasto veloce, dall’altro lo scorso secolo ha visto fiorire una vera e propria età dell’oro, in cui questo rito veniva elevato a sistema sociale. Erano gli anni delle immense compagnie, come nella canzone di Max Pezzali, ma anche delle paninoteche, dei fast food, dei pub. Suggestioni d’oltremare e d’oltreoceano che hanno trovato un terreno reso fertile da un affine sostrato culturale: quello delle tavole calde, delle osterie e, appunto, dei buffet. «Alla fine degli anni Ottanta in via Oriani c’era il Coccodrillo, all’epoca l’unico vero e proprio fast food dedicato agli amanti degli hamburger in stile americano, serviti con vassoietti e bibite nei bicchieri con le cannucce», racconta il nostro concittadino Stefano Russo. Iniziamo il nostro viaggio nella Trieste che rifocillava proprio dalle parole di Stefano e dal Coccodrillo: vi torneremo alla fine di questo articolo, per scoprire che i fasti di quei leggendari muri di via Oriani non videro solo hamburger, ma anche un passato più remoto. Ma procediamo con ordine.
«Il Coccodrillo arrivò in città prima del McDonald’s e del Burger King», continua Stefano. «Divenne presto un punto di ritrovo per i cosiddetti paninari ma anche per le famiglie. All’epoca io avevo sedici anni e non ci mettevo piede perché ero metallaro. I miei riferimenti erano perlopiù in viale, ma non solo. In via Madonna del Mare, ad esempio, c’era il Double Trouble. Era un posto minuscolo, ma al contempo un’istituzione per i venerdì e i sabato sera di rocker e metallari triestini. C’erano uno schermo per i video musicali, qualche serata con dj e panini che avevano i nomi di canzoni come Angie dei Rolling Stones o Poison di Alice Cooper. Una sera arrivarono due membri degli Iron Maiden, che alloggiavano all’Hotel ai Duchi. Credo sia accaduto in occasione del loro concerto a Isola, nell’anno 2000. Quella serata, o meglio quel post-serata, rimase nella storia. Per ricordarla, i clienti del Double Trouble disegnarono dei fumetti che furono appesi alle pareti del locale. Raffiguravano i due Iron Maiden mentre entravano e, in seguito, mentre si rotolavano a terra». Come il Double Trouble, esistevano numerose altre paninoteche, ciascuna un mix unico di elementi tipicamente triestini e suggestioni provenienti dall’anglosfera. «Ciascun locale aveva caratteristiche proprie, non era omologato agli altri ed era al contempo semplice», prosegue Stefano. «Erano semplici i panini – prosciutto e formaggio, boscaiolo, hamburger. Era semplice la birra: qualcuno aveva quella inglese, qualcun altro la tedesca. Spesso, inoltre, le paninoteche rappresentavano un adattamento. Ispirandosi a pub inglesi e fast food americani, ne conservavano alcuni elementi. Al contempo, quando aprivano, ereditavano gli arredi delle precedenti gestioni, che nella maggior parte dei casi erano tipiche osterie triestine, creando così una commistione di stile unica tra tradizione e – all’epoca – novità.
Tornando a viale XX Settembre e dintorni, i balli della storica Ginnastica Triestina contribuivano a generare, a cascata in tutta la zona, un gran numero di locali e localini dove mangiare un panino al volo o, più in generale, rifocillarsi dopo tanto sgambettare sui vecchi parquet. Punto di ritrovo immancabile era, ad esempio, Da Livio, all’inizio di via Ginnastica. Il locale era stretto, angusto, decorato con lampade da pub, gagliardetti e numerosi juke-box. Il bancone era proprio all’ingresso e subito dopo c’erano i tavolini. Il piatto preferito dai più era il panino boscaiolo. «Da Livio era a sua volta frequentato da rockettari e metallari che mettevano sempre le stesse canzoni nei juke-box: Guns N’ Roses, Metallica, Ligabue, Vasco Rossi. Offriva paninazzi con prosciutto e funghi o hamburger, ma non come quelli del fast food, bensì con il pane di panetteria», specifica Stefano. Sempre in via Ginnastica, proprio di fronte all’omonima Società Triestina, c’era Da Sergio. In tema di sottoculture, Teddy Hog in via Pietà era il ritrovo dei bikers. In via Rossetti, Da Romano contende il titolo di una delle prime paninoteche triestine, agli inizi degli anni Ottanta; sulle pareti dominavano le immagini dei grandi lottatori triestini, calza in testa. E ancora: «Si andava al celebre Tnt, al Mini Pub e al Mini Pub 2. Il Mastro Birraio, che esiste tuttora, decenni fa era una paninoteca più che una birreria artigianale. L’Ok Coral a Roiano era caratterizzato da uno stile western e country. L’Est Est Est da Toni, a Campanelle, dava panini, patatine e birre. “Dalla tettona”, in via Commerciale, era un’istituzione. Nessuno ricorda il vero nome del locale, ma aveva una terrazza dove si faceva musica dal vivo che, a causa del volume, spesso attirava l’attenzione della polizia», racconta Stefano.
Come si svolgeva una tipica serata in paninoteca? «Si mangiava naturalmente un panino e si chiacchierava stando in compagnia. All’epoca internet non esisteva. Si andava in locale sapendo di trovare già là qualcuno. Magari ci si metteva d’accordo in anticipo, a scuola, con i compagni di classe o comunque con la propria compagnia. All’epoca, infatti, esistevano le compagnie. Alcuni posti erano rinomati per la musica. A Giarizzole c’era il Magic Pub, frequentato da metallari per così dire anziani, un po’ imbusadi. I titolari mettevano a disposizione stereo, calcetto e Tetris. Chi aveva spazio all’aperto, d’estate faceva griglia, come ad esempio l’ex Fragolin a Valmaura e il Red Baron in via Costalunga. I prezzi erano accessibili: con poche lire qualunque ragazzino poteva permettersi di trascorrere la serata in maniera decorosa con una bibita e un panino. Nelle paninoteche c’era qualche adulto, ma c’era anche una maggiore differenziazione generazionale. Le paninoteche chiudevano verso mezzanotte. Dopo quell’ora c’erano i bar notturni: anche lì ogni sottocultura aveva i suoi riferimenti. Una volta c’erano tante realtà aggregative. C’era una paninoteca anche a San Giovanni, in via San Cilino, di cui non ricordo il nome. Accanto alle paninoteche c’erano poi i pub in stile anglosassone, come quelli di via Vidali fino agli anni Dieci del Duemila o, in tempi più recenti, l’Old London Pub. Un posto più unico che raro per la mia generazione era il Tender in Campo Marzio: arredato un po’ all’inglese, con le vecchie locomotive visibili dalle vetrate, la birra Tennent’s, la Guinness e la personalità tipica di Tino, che non poteva lasciare indifferenti e che in precedenza era già stato titolare della Taverna San Quirino in via Diaz, vera istituzione cittadina». Che cosa ci manca oggi maggiormente di quegli ambienti e di quegli anni? «Oggi forse mancano locali con una personalità, non necessariamente perfetta. Non c’erano le birre artigianali con il luppolo raccolto solo in una certa fascia oraria e con una certa angolatura del disco solare, se posso fare una battuta. Di birra c’erano i fusti. Nei locali c’erano anche i televisori, attorno ai quali le persone si radunavano nel fine settimana per seguire le partite di calcio e più in generale lo sport. C’erano pretesti per stare assieme e un senso di comunità che oggi manca».
Scavando ancora più a ritroso nel Novecento, si incontrano poi nomi di birrerie e buffet talvolta dimenticati. Il gruppo Facebook “La Trieste che non c’è più” è una fonte preziosa di testimonianze e memorie. Nell’attuale via del Teatro Romano c’era il Piccolo Dreher. «Era di mio nonno quando io ero piccolissima, si trovava dove adesso c’è un negozietto di abbigliamento», scrive una persona. «Il nonno mi apriva la botola alla sinistra del bancone e io mi intrufolavo nelle segrete ad ammirare le grandi botti della Birra Dreher. Che ricordi. Ora nessuno sa dell’esistenza di questo buffet, luogo sempre affollato dove si mangiavano gulasch, würstel e senape, cotto caldo e kren, accompagnati ovviamente dalla birra». In molti ricordano poi affettuosamente il Buffet Voltolina, al civico 18 di viale XX Settembre. «Aprì nel 1935 e rappresentò per decenni un baluardo della città», scrive un altro utente. «Per tanti studenti era tappa obbligata dopo la scuola. Una pizzetta o la mitica tartina con insalata russa, rifinita da un ricamo di maionese. Bastava varcare quella porta per sentire le battute del mitico cameriere Ezzelino, con i suoi modi di dire proverbiali: “novanta come cento”, “onde evitar onde e incresciosi recuperi, pagare subito”, “de Voltolina chi no consuma camina”, “o consumé o pompé”, fino al celebre ritornello: “A la sera e a la matina, sempre bona una tartina”. Poi arrivò l’era di Boris Galiussi, che dal 2003 lo gestì insieme a Rossana. La specialità era il bollito misto. Il 12 dicembre 2019, dopo 84 anni di storia, il Voltolina ha chiuso per sempre. Quella sera tanti triestini si sono dati appuntamento per “magnar l’ultimo panin de Voltolina”, salutando con nostalgia un luogo parte integrante della vita cittadina.
Altri luoghi nel cuore dei triestini: negli anni Ottanta la Birreria Pizzeria Cellini; negli anni Settanta, in largo Canal, Da Pasquale; la Trattoria Al Granzo in piazza Venezia; il Bar Pantera Rosa a San Giusto; la Tavernetta Da Silvio in via del Lloyd. E infine De Bradaschia in via Oriani, dove oggi sorge la Libreria Nero su Bianco. Prima delle paninoteche, a Trieste c’erano le pizzerie. E prima che le pizzerie diventassero un fenomeno di massa, Bradaschia fu la prima tavola calda a servire pizzette tonde tagliate a quadretti. Erano gli anni Sessanta. Il locale offriva cibo veloce: pizza dalla crosta alta, molto olio e tranci generosi. Chiuse negli anni Settanta e, nel decennio successivo, sorse il Coccodrillo Burger, da cui avevamo iniziato questo viaggio. L’immaginario legato a panini e patatine, Coca-Cola e gelati al cioccolato non è scindibile, a Trieste, dal ricordo del Coccodrillo. Il gestore, ex calciatore di Serie A, allestì un locale dalle forti influenze americane, simile a un diner di Happy Days. Al netto di qualche dubbio sulla pulizia e sul riciclo dell’olio, il Coccodrillo offriva panini, bibite e gelati. Il più celebre era il Delicato, ma spopolavano anche il Primavera e l’iconico panino coi gamberi. Con la fine degli anni Ottanta e l’arrivo delle grandi catene multinazionali, anche il Coccodrillo si avviò verso il tramonto, chiudendo a metà degli anni Novanta. Le imitazioni triestine, un po’ caserecce ma profondamente amate, vennero così messe da parte.
Approfondimento a cura di Zeno Saracino e Lilli Goriup
[z.s.] [l.g.]



