«Studiare la storia è impegno politico» – Bolzano
BOLZANO. Della Romania ricorda le estati, le strade che cambiavano negli anni. Le giornate lente e meravigliose trascorse con i bisnonni e i nonni. Il giorno della sua laurea triennale, è nonna Margareta che ha preso l’aereo ed è arrivata a Trento per sentirlo discutere, in italiano, la tesi sulla costruzione del regime comunista tra il 1944-1960. Nella foto ricordo di quel giorno, a dicembre 2024, stringe a se con tanto orgoglio quel nipote studioso che si sta costruendo una vita altrove, senza mai dimenticarsi delle sue origini. Oggi George-Ciprian Lungu (nella foto, con nonna Margareta il giorno della sua laurea triennale, a Trento), 24 anni, vive a Praga dove sta svolgendo il secondo Erasmus da studente magistrale di Storia all’università di Trento. Fino ai sette anni ha vissuto in Romania, poi si è trasferito con i genitori a Bolzano, dove ha frequentato tutte le scuole. È attivo nella politica locale come segretario altoatesino dei Giovani democratici; dal 2021 al 2023 ha fatto parte di una Ong che tutela gli studenti romeni all’estero; attualmente è iscritto al partito romeno “Sens”, formazione progressista di centrosinistra, nata nel 2023. Nei giorni scorsi abbiamo pubblicato sulle pagine del giornale una sua lettera in merito al concetto di “Remigrazione”, e alla possibilità che venga organizzata una manifestazione a Bolzano. Una riflessione nata da aspetti politici, ma soprattutto personali, visto che il te, spiega, lo tocca da vicino. «Vedere miei connazionali sostenere oggi queste idee significa assistere a una rimozione collettiva della nostra storia», scriveva, ricordando come la comunità romena in Italia sia stata a lungo «precaria e stigmatizzata». Ora spiega come, nell’era dei nazionalismi e della “remigrazione”, studiare storia sia una forma di impegno politico.
Lei è arrivato in Italia quando la Romania era appena entrata nell’Unione europea
Sì, poco dopo: era il 2008. Avevo sette anni e con mio padre abbiamo raggiunto mia madre. Confrontandomi con altri ragazzi romeni ho scoperto che è abbastanza una “prassi” che siano le donne le prime delle famiglie romene a migrare. È andata così anche per noi. Appena arrivato ho frequentato il corso estivo di italiano e poi ho iniziato le elementari alle Longon, affiancato da una mediatrice culturale.
Quali sono state le difficoltà da studente straniero in Italia?
All’inizio ovviamente la lingua, chiedere le cose alle maestre, comprendere gli argomenti. Con la mancanza di comunicazione anche la fatica di sentirmi parte della classe ed essere incluso dagli altri bambini. Nel giro di un anno la situazione è migliorata. Il mio intero percorso scolastico, tuttavia, è stato abbastanza travagliato. Alle superiori – frequentavo le De’ Medici – non andavo bene in matematica, ma nemmeno nei temi di italiano. Vivevo la scuola come se mi mancasse una spinta dentro.
E la passione per la storia?
Quella c’è da sempre. La professoressa scherzava dicendo che avrei potuto fare lezione io. Era una delle poche materie in cui andavo veramente bene, infatti è stata l’università ad accendere la passione per lo studio.
Adesso sogna di proseguire la carriera accademica? Su quali temi storici su cui si sta concentrando in questo momento?
Sì, proseguirei su questa strada. Dovrei laurearmi in Magistrale a luglio, ma lavoro già a un progetto di dottorato con interessi di ricerca su storia romena, nazionalismo, storia russa, politica estera russa e regime russo. Ho all’attivo una pubblicazione riguardo una ricerca sulla stampa comunista e la rappresentazione della Romania nella guerra fredda. La tesi magistrale riguarda i rapporti interetnici tra fascismo romeno e minoranze etniche nell’interbellico.
Tutti argomenti molto interessanti…
Ho voluto approfondire soprattutto l’Europa orientale e, ovviamente, la storia del mio Paese d’origine. Su alcuni argomenti c’è poca documentazione, quindi il lavoro di ricerca non è sempre facile.
Qual è il ruolo della storia oggi?
La storia serve a capire le nostre radici: da dove veniamo, perché facciamo determinate scelte e in che modo le portiamo avanti. È uno strumento per comprendere noi stessi e la società in cui viviamo. Siamo da sempre al crocevia tra Europa, Asia e Africa, e — dopo la “riscoperta” dell’America — anche in relazione costante con quel continente. Se guardiamo al passato, vediamo che le migrazioni sono sempre esistite; l’unica vera differenza rispetto a oggi è la loro velocità, resa possibile dai mezzi di cui disponiamo. Popoli e tribù si sono incontrati, scontrati e fusi, dando vita a nuove identità culturali. Abbiamo assimilato elementi provenienti da altre culture e religioni: basti pensare a come il mondo islamico abbia preservato e trasmesso molte opere dei filosofi greci, contribuendo in modo decisivo alla loro conservazione. Studiare la storia è anche una forma di impegno civico — politico o meno — perché significa lavorare per la collettività, riscoprendo il passato per comprendere meglio il presente. Allo stesso tempo, ognuno interpreta la storia attraverso il filtro della propria comunità, delle proprie esperienze e convinzioni. Non esistono due visioni identiche: la nostra conoscenza è fatta di frammenti che cerchiamo di ricomporre. È un po’ come sviluppare una fotografia: l’immagine prende forma gradualmente, ma non sarà mai del tutto completa.




