Calabria

Dal Covid ai cicloni, in Calabria si chiude sempre tutto: ma così si attende la resa

A quanto pare il periodo del Covid, non l’epidemia in sé ma tutto ciò che ne ha rappresentato la conseguenza in termini di politica emergenziale, non ha insegnato niente. Men che meno la retorica dell’“andrà tutto bene” e del “ne usciremo migliori”, che non ha impresso alcun cambiamento concreto nel modo di affrontare avvenimenti che non sono più, purtroppo, imprevisti.

In questi giorni chi vive nelle Serre sta riscoprendo il sapore amaro dell’unica risposta che le istituzioni sembrano riuscire a dare a queste latitudini in simili circostanze: chiudere, chiudere tutto. Proprio come i coprifuoco di qualche anno fa. Non ci sono vaccini? Arrivano i vaccini ma non ci sono i posti letto? Troviamo i posti letto ma non ci sono i ventilatori polmonari? Ci mandano i ventilatori ma non abbiamo chi li sappia usare? Risposta unica: chiudiamo i paesi, le città, le regioni.

Una tragedia annunciata

Con quello che ormai non è più maltempo, ma una vera tragedia climatica annunciata, la suonata è esattamente la stessa. Non si può nemmeno dire che non si sapeva, che non se ne potevano immaginare proporzioni e conseguenze. Eppure ogni volta l’unica soluzione arriva dopo, ed è sempre la stessa. Anzi, se una volta si chiudono le scuole, la volta dopo si chiudono anche le strade: prima un piazzale, poi una provinciale, poi chissà.

Così si crea un precedente, per cui se oggi hanno isolato interi paesi, già piegati da mille drammi, alla prossima emergenza si può star certi che la prima cosa che faranno sarà chiudere di nuovo. Pazienza se c’è gente che resta in casa senza il necessario, che deve fare percorsi lunghissimi per andare a lavorare in posti in realtà vicini, che resta senza badanti o caregiver che dovrebbero garantire servizi essenziali.
L’articolo completo è disponibile sull’edizione cartacea e digitale


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