Scienza e tecnologia

un buon gioco o gigante dai piedi d’argilla?

Quando Assassin’s Creed Valhalla arrivò sul mercato, il contesto culturale era chiaro. L’immaginario vichingo stava vivendo una fase di forte esposizione mediatica: serie televisive, film e videogiochi avevano già sfruttato in modo intensivo la mitologia norrena.

Per Ubisoft scegliere l’Era Vichinga come scenario del nuovo capitolo della sua saga di punta fu quindi una decisione quasi naturale, ma anche rischiosa. Il pericolo di inserirsi in una tendenza ormai inflazionata era concreto.

Valhalla si presentò come uno dei progetti più ambiziosi nella storia del franchise. L’ambientazione fu costruita con evidente attenzione alla ricostruzione storica e all’atmosfera, restituendo un’Inghilterra altomedievale credibile, cupa e stratificata. La direzione narrativa e la caratterizzazione dei personaggi rappresentano ancora oggi uno dei punti più solidi dell’esperienza. Un titolo che diventò il primo della serie a superare il miliardo di dollari di ricavi, un risultato che certifica il peso commerciale dell’operazione.

Il riscontro critico e quello del pubblico, tuttavia, raccontano una storia più complessa. Su Metacritic il gioco mantiene una media critica intorno all’80, mentre il punteggio utenti si ferma a 6.1. Una forbice che evidenzia una ricezione divisiva, sintomo di un’opera che funziona ma non convince in modo uniforme.

Uno degli elementi centrali della discussione riguarda la durata. Valhalla è il capitolo più esteso della saga, con circa 140 ore necessarie per completare tutte le attività principali e secondarie, che possono superare le 200 includendo i contenuti aggiuntivi. Una mole di contenuti impressionante, superiore ai suoi successori Assassin’s Creed Mirage e Assassin’s Creed Shadows e ai precedenti Assassin’s Creed Origins e Assassin’s Creed Odyssey, che avevano segnato la piena trasformazione della serie in chiave RPG.Paradossalmente, è proprio questa abbondanza a costituire uno dei limiti più evidenti. La struttura narrativa, pur partendo da premesse interessanti e da una gestione più matura delle dinamiche politiche e personali di Eivor, viene diluita da un’estensione artificiale. Molti archi narrativi inseriti nella quest principale risultano poco incisivi e non sempre contribuiscono in modo sostanziale all’avanzamento della trama complessiva. L’impressione è che una parte significativa delle missioni esista per giustificare la vastità del mondo e non per rafforzare la coerenza narrativa.

Al contrario, alcune missioni secondarie si rivelano sorprendentemente rilevanti, soprattutto per chi segue con attenzione la macro-trama contemporanea della saga. Questo squilibrio nella distribuzione delle informazioni narrative genera una percezione ambigua: ciò che dovrebbe essere centrale appare talvolta accessorio, mentre contenuti opzionali assumono un peso inaspettato.

Dal punto di vista del gameplay, Valhalla introduce meccaniche più rifinite rispetto ai due capitoli precedenti, in particolare nella gestione del combattimento e dell’esplorazione. Tuttavia, la ripetitività delle attività, unita a una progressione dilatata, può trasformare l’esperienza in un percorso eccessivamente macchinoso. Qui si inserisce la principale linea di frattura tra i giocatori. Una parte della community apprezza la densità di contenuti e non percepisce la ripetizione come un problema strutturale; un’altra, invece, vive la stessa caratteristica come un appesantimento che finisce per compromettere il ritmo.Definire Valhalla come sopravvalutato o sottovalutato in senso assoluto risulta quindi riduttivo. Non si tratta di un capolavoro incompreso, ma nemmeno di un episodio mediocre. È piuttosto un titolo che rappresenta l’apice, nel bene e nel male, della fase RPG della serie. Un gioco solido, ambizioso e tecnicamente curato, che però paga il prezzo di una struttura eccessivamente espansa.

A distanza di anni, il giudizio tende a stabilizzarsi su una posizione intermedia. Valhalla è un buon open world RPG, con una narrazione di qualità e un’ambientazione riuscita, ma segnato da difetti evidenti nella gestione del ritmo e della progressione. Non rivoluziona il genere né la saga, e in alcuni momenti sembra trascinarsi, ma non merita neppure le critiche più severe.


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