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Le Bambole di Pezza a Sanremo 2026: «Ci siamo scelte come sorelle di vita, in una società che immagina le donne sempre in competizione tra loro. Al Festival speriamo di ispirare le bambine a suonare»

Sono l’unica band di Sanremo 2026 e la prima nella storia del Festival interamente al femminile. «È già tantissimo così, è già tantissimo esserci». La storia delle Bambole di Pezzaquintetto pop-punk milanese, in gara con Resta con me – si racconta da sola, è già una notizia di per sé, anche se pochi le conoscono. Tempo al tempo? «Arriviamo da outsider, siamo qui per stupire», sorridono dietro creste e look da rockstar.

«Siamo convinte che questo non sia un traguardo, ma un trampolino», è il motto. Facile a dirsi per chiunque, non per loro che, per quanto sommersa, hanno alle spalle una storia lunga e contorta, da raccontare. Figlie dell’ondata di gruppi alternativi degli anni Novanta – su tutti i Prozac+ di Acido acida (1998) – muovono i primi passi nei locali dal 2001, in parte già fuori tempo massimo rispetto alla scena a cui s’ispiravano, in anticipo però se si considera che anche all’epoca, in Italia, dei complessi di sole donne erano una rarità. «I riferimenti erano le Riot Grrl, alla loro attitudine ribelle», ricordano oggi le due chitarriste Daniela “Dani” Piccirillo e Morgana Blue, le sole superstiti della formazione originale. Alla seconda, tra l’altro, si deve l’invenzione del nome, riferito «alle bambole artigianali, composte di scarti, uniche, diverse da quelle di plastica, tutte uguali, che escono dalle fabbriche». Felici nei loro difetti, con le prime tre si erano lasciate nel 2006, scioglimento, per poi tornare nel 2021 con tre nuove musiciste al seguito, tra cui la frontman Martina “Cleo” Ungarelli, trent’anni, di una generazione dopo l’originale. «Ma tutte noi», dicono, «abbiamo sofferto l’assenza di modelli. Spesso alle bambine viene detto che certi strumenti, come la batteria, sono da maschi. Se magari tra qualche settimana delle ragazze cominciassero a provare in garage, per noi sarebbe già una vittoria».

Un po’ La Sad (2024), ma con un tasso di provocazione comunque minore, si presentano con Resta con me, un pezzo scritto con il rapper e cantautore Nesli, uno di quelli che si è unito alla carovana dopo la rinascita e il nuovo contratto discografico con la EMI. È l’epoca delle vacche grasse, forse, ma serve coscienza. «La nostra gavetta è stata lunghissima», ammettono. «Porte in faccia, tanti “no”. E tanti errori, però formativi. Ora ci va di raccontarci, di dire chi siamo, come siamo arrivate fin qui. Magari, ispireremo qualcuna». Nel dubbio, amano i Metallica e i Nirvana, sono cresciute con il grunge, ma – sorpresa – il brano in questione è una ballata più democristiana e meno tirata di quelle dei loro riferimenti. «Il nostro essere punk non è solo legato alle sonorità, ma all’approccio: siamo donne libere, indipendenti, che sanno dire no; è il nostro valore». Ripartiranno da qui, con un testo che «è un grido d’aiuto», nel solco di un femminismo «inclusivo», perché «per andare avanti c’è bisogno di tutti». Chiaro è che, sul piatto, ci sono la violenza di genere e «la voglia di dare messaggi positivi e alternativi, in un mondo dominato da canzoni misogine, diseducative». A partire dall’essere orgogliosamente band: «Anche questa è politica. Ci siamo scelte come sorelle di vita, in una società che ci vuole tutti divisi e immagine le donne sempre in competizione tra loro».

E a proposito di politica. Sull’affaire-Pucci, che ha rinunciato alla co-conduzione per le accuse di sessismo e misoginia verso le sue battute, sono nette: «Ci dispiace che non ci sia, ma la censura è ben altro e proviene sempre dall’alto. Questa – che viene dal basso – è una legittima contestazione. Le minoranze sono anche dei consumatori, hanno tutto il diritto di lamentarsi se non si sentono rappresentate, se si sentono offese». Sul boicottaggio all’Eurovision Song Contest per la presenza di Israele, si veda mai si vinca davvero il Festival, invece sono più aperte: «Rispettiamo chi dice no, ma per noi sarebbe un sì. Siamo combattenti, porteremmo lì anche questo tipo di messaggio».


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