Meglio non sapere (ancora) – TRIESTE.news
14.02.2026 – 21.00 – Il giornalismo ama le scorciatoie. Gli basta ordinare i fatti, trovare una frase che tenga insieme tutto e dare l’impressione che la storia sia chiusa. Una volta raccontata, sembra già capita. È un meccanismo comodo, che tranquillizza chi scrive e chi legge, perché riduce la complessità a una sequenza gestibile e, soprattutto, evita domande scomode. Faglia Doppia nasce per mettere in crisi questo automatismo. Non parte dall’idea che basti nominare una storia per esaurirla, né accetta una pratica che scambia la memoria per rito e l’attualità per una contrapposizione permanente di dichiarazioni. “Faglia” perché la realtà, osservata senza indulgenza, non è mai liscia. “Doppia” perché ogni frattura ha almeno due lati: quello che emerge nel racconto e quello che resta sotto, irregolare, difficile da maneggiare. Gli approfondimenti di questa settimana si muovono su piani diversi, ma parlano la stessa lingua: quella delle cose che tutti pensano di conoscere già.
Il primo, firmato da Zeno Saracino e Lilli Goriup, guarda Trieste da un punto che molti considerano secondario: il cibo, i locali, i luoghi dell’aggregazione. Un terreno apparentemente leggero, adatto a una nostalgia controllata. E invece no. Raccontare buffet, paninoteche, pub e tavole calde del Novecento significa raccontare come una città si è riconosciuta, si è separata, si è mescolata. Significa parlare di classi sociali senza nominarle, di generazioni senza mitizzarle, di identità senza trasformarle in oggetti da vetrina. Non è l’album consolatorio del “com’era bello una volta”, ma il ritratto di un sistema sociale che funzionava anche perché era disordinato, non standardizzato, non addomesticabile in un format. E la domanda che resta sospesa è tutt’altro che neutra: abbiamo perso solo dei locali o abbiamo perso un modo di stare insieme senza bisogno di istruzioni?
Il secondo approfondimento, a cura di Aurora Cauter e Lorenzo Degrassi, entra in un territorio che a Muggia sembrava intoccabile: il Carnevale. O meglio, la sua trasformazione. Il dibattito sul QR code nominativo, sul contributo da 10 euro richiesto ai non residenti e sull’accesso contingentato al centro storico ha spostato il confronto dalla festa alla gestione, dalle maschere alle regole. Sicurezza o balzello, necessità o strappo allo spirito popolare: una decisione amministrativa ha aperto una frattura che parla di controllo, di partecipazione e di consenso. L’approfondimento ricostruisce le scelte del Comune, le contestazioni e le repliche politiche, mostrando come una tradizione, quando viene regolata, smetta di essere solo una festa e diventi un fatto politico. E la domanda, anche qui, resta aperta: chi decide oggi il senso di una tradizione e fino a che punto una comunità è disposta ad accettarne la trasformazione?
Due storie diverse, stesso nodo di fondo: la distanza tra ciò che diciamo di essere e ciò che accettiamo che accada. Nel primo caso, una memoria cittadina spesso addolcita fino a diventare innocua. Nel secondo, una festa che diventa lo specchio di tensioni più ampie, dove nessuno è completamente innocente e nessuno completamente colpevole. In mezzo, come sempre, resta l’informazione, che può scegliere se appiattire tutto in una narrazione rassicurante o se usare il racconto come strumento di attrito.
Faglia Doppia continua a stare dalla parte meno comoda non per gusto della polemica, ma per una convinzione semplice: quando una storia sembra già chiusa, è il momento giusto per riaprirla. Anche a costo di dare fastidio. Anche a costo di non piacere. Perché il problema, quasi sempre, non è quello che non sappiamo. È quello che smettiamo troppo in fretta di mettere in discussione.
Il direttore responsabile
Francesco Viviani




