Campania

Informazione Campania – BENEVENTO – WEEKEND DI MOBILITAZIONE PER LA PALESTINA

Nelle giornate di venerdì 13 e sabato 14 Benevento si mobilita per la Palestina, aderendo alla campagna di raccolta fondi 100%Gaza, con diverse iniziative in città e in provincia.

Si parte il 13 febbraio con Assemblea pubblica, lanciata dal Global Movement to Gaza Campania, in collaborazione con Caudini in Movimento, Collettivo Hurriya e Unione Sindacale di Base.

POLITICHE SECURITARIE E MOVIMENTI SOCIALI:
DAL DIRITTO SOTTO PRESSIONE AL GENOCIDIO
Dibattito con avv. Luigi Romano di @AssociazioneAntigone

📆13 febbraio ore 18:30
📍Biblioteca Provinciale
corso Garibaldi, 47

Come va la tregua?

Ci hanno raccontato di una tregua, addirittura hanno parlato di pace, in Palestina.
Mentre le bombe continuano a cadere, i bambini a morire di freddo e “carestia”, 2 milioni di persone restano prigioniere nel carcere a cielo aperto di Gaza, la Cisgiordania è assediata e smembrata dalla violenza dei coloni e dell’esercito, si comprime in Italia, come già in altri paesi europei, la possibilità di denunciare i crimini di genocidio commessi da Israele, come se il suo primo ministro non fosse ricercato dalla Corte penale internazionale, come se il diritto internazionale e il diritto umanitario non esistessero.

Le nostre democrazie liberali sperimentano da tempo l’arbitrio, la detenzione, l’eccezione permanente, la sospensione dei diritti, nei confronti delle persone migranti, negli Stati Uniti come alle nostre frontiere, come nel cimitero che è diventato il nostro mediterraneo.

Se accettiamo che per il popolo palestinese il diritto valga fino a un certo punto, se ci siamo abituati alle stragi di esseri umani che tentano di raggiungere le nostre coste per sfuggire a condizioni disumane di vita, come possiamo illuderci che per noi, e solo per noi, continuino a valere principi costituzionali e universali del diritto ormai messi duramente sotto pressione?

Quale diritto? Quale sicurezza?

Quando si legittima, anche normativamente, la disumanizzazione di altri esseri umani, prima o poi tocca anche a noi. Sicurezza e difesa sono diventati concetti centrali in un modello economico, sociale e culturale che normalizza la violenza dell’oppressione, dello sfruttamento e del profitto.

Non è sicurezza la difesa armata delle frontiere. Non è sicurezza la corsa al riarmo.
Non è sicurezza l’aumento della povertà, delle disuguaglianze sociali, della ricchezza concentrata nelle mani delle élites che governano la politica e l’economia mondiale.

Sicurezza è avere una casa, un lavoro dignitoso, una vita dignitosa, avere relazioni umane fondate sulla cura e sul rispetto, tempo di vita per la propria crescita personale e sociale, umana e spirituale. Sicurezza è creare legami e relazioni di comunità. È la certezza del diritto e dei diritti.

Sicurezza non è morire sul lavoro o dentro la propria casa, ammazzata da chi dice di amarti.
Sicurezza è sostegno, solidarietà e cura.
Sicurezza non è sorvegliare e punire, non è costruire più carceri e più centri di detenzione e tortura per migranti, non è vietare le proteste sociali con fermi preventivi, censurare per decreto la critica e il boicottaggio di un governo genocida, sancire l’impunità di chi commette abusi e violenze perché indossa una divisa. Questo modello repressivo, punitivo e carcerario di “sicurezza” non risolve i problemi sociali, come la violenza contro le donne, per esempio, ma ne costituisce l’humus culturale perfetto, in cui proliferare. È l’affermarsi di una “cultura” della crudeltà, della prevaricazione, della disumanità.

Come società civile siamo tutte e tutti chiamati a riprenderci lo spazio pubblico, come abbiamo fatto con le nostre maree umane a sostegno della Sumud flottiglia, della speranza di rompere l’assedio su Gaza e sui diritti umani, civili, sociali e politici, in ogni luogo del mondo, da ogni fiume a ogni mare.

Sicurezza è il diritto prima di tutto all’autodeterminazione, alla libertà di movimento e di pensiero.

Sicurezza per noi, oggi, è continuare a costruire pratiche e reti di resistenza, solidarietà e lotta.

È ripartire con flottiglie di mare e di terra, per ricordare al mondo che la Palestina siamo noi.


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