perché la differenza è cruciale oggi

• il miglioramento continuo del proprio modo di fare.
Le evoluzioni del contesto possono trasformare alcuni mestieri in lavori, ma è anche vero che noi, che operiamo all’interno delle aziende, abbiamo la possibilità di giocare un ruolo attivo per far sì che – nel rispetto degli obiettivi da raggiungere, delle innovazioni e dei cambiamenti tecnologici – i lavori vengano ampliati, sviluppati e trasformati anche in mestieri. È un compito che ha una valenza culturale e sociale che come manager dobbiamo considerare nelle nostre responsabilità.
Le organizzazioni che, in nome dell’efficienza, oggi riducono in modo significativo spazi di mestiere rischiano di ottenere velocità nel breve periodo, ma di perdere qualità, innovazione e capacità di affrontare l’imprevisto nel lungo. Perdono, in sostanza, intelligenza organizzativa diffusa.
Se si offre solo lavoro, il risultato è turnover, disaffezione, calo di qualità, perdita di senso. Credo che i giovani stiano cercando di dircelo con le loro scelte: quando cambiano azienda dopo poco tempo, forse è perché non hanno trovato elementi di mestiere nel loro incarico. Non stanno scappando dalla fatica, ma dall’irrilevanza.
Le aziende dovrebbero chiedersi in quali ruoli si stanno coltivando mestieri e in quali, invece, stanno creando solo lavori. E fare in modo di inserire sempre in ogni posizione una parte di lavoro e una parte di mestiere.
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