I geologi sulla costa fragile in Calabria: «Monitoraggio permanente e pianificazione dinamica»
Il mare in Calabria continua a fare paura. Soprattutto quando vento e pioggia lo colorano di nero. Strade e ferrovie che spariscono sott’acqua quando le onde diventano alte come palazzi. Onde che hanno scoperchiato una verità che la geologia conosce da tempo: qui l’erosione costiera non è un accidente ma una condizione strutturale. E ferite profonde si sono spalancate dove le mareggiate che hanno battuto il litorale non hanno soltanto eroso spiagge e compromesso infrastrutture leggere, ma hanno alzato il velo sul precario equilibrio geomorfologico della regione. «Non siamo davanti a un episodio eccezionale», afferma ancora una volta il presidente regionale dell’Ordine dei geologi, Giovanni Andiloro. «È l’ennesima manifestazione di un sistema costiero che ha perso progressivamente il proprio equilibrio». I danni registrati lungo ampi tratti della costa ionica «non possono essere letti come il frutto esclusivo dell’energia del mare, ma vanno visti anche come il risultato di una interazione complessa tra dinamiche marino-costiere e un assetto idrogeomorfologico dei bacini idrografici retrostanti».
Per Andiloro limitarsi a difese rigide, a barriere e scogliere concepite come risposta immediata, «significa adottare una visione parziale, destinata nel medio periodo a produrre effetti collaterali». L’erosione «non si esaurisce sulla linea di battigia. È un processo che nasce nella gestione dei corsi d’acqua, nell’alterazione dei trasporti solidi, nelle trasformazioni dell’uso del suolo». L’equilibrio tra l’azione del moto ondoso e l’apporto sedimentario alle foci «impone una lettura integrata da monte a valle».
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