Crotone, storie di denuncianti alla campagna antiracket di Libera
Le testimonianze degli imprenditori che hanno denunciato gli estorsori durante la presentazione a Crotone della campagna antiracket di Libera
CROTONE – «Denunciare non è un atto eroico ma un dovere. Siamo noi cittadini che dobbiamo dare l’ultima spallata a quella che chiamano criminalità organizzata. Io la chiamerei stupidità organizzata». Il senso della campagna antiracket e di consumo critico “La libertà non ha pizzo”, presentata significativamente a Crotone, un territorio dove si registra un’inversione di tendenza con un incremento di denunce, lo ha illustrato l’imprenditore Ugo De Siena. Stavano tutti per andare via, al termine di un incontro denso di significati tenutosi presso la sede della Camera di Commercio, quando l’imprenditore ha chiesto la parola.
IL SINDACO, IL BOSS E LA “PUNIZIONE”
«Voglio raccontarvi la mia storia. Ho 61 anni, sono ultimo di sei figli. Dopo la scomparsa prematura di mio padre, mia madre, per tirare la baracca, apre un negozio di alimentari. Un giorno si presenta un omone che faceva paura solo a vederlo. Le chiede il pizzo. Mia madre, bianca in volto, dice a quell’uomo di tornare successivamente e che gli avrebbe fatto sapere. All’epoca a Crotone c’era il terrore, oggi a confronto è il paradiso. Data la situazione, mia madre andò in Comune per chiedere un posto di lavoro, anche il più umile. Per dare un futuro ai suoi figli. Il sindaco del tempo le rispose che i suoi figli dovevano andare a lavorare, e che soltanto i figli di chi poteva permetterselo potevano studiare. Umiliata, mia madre prese la cornetta del telefono e lo colpì in testa. Quando uscì dal Comune, trovò in piazza il boss dell’epoca, chiamato dal sindaco per punire mia madre. Questa era Crotone».
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NO AGLI “INCHINI”
Un racconto, quello proposto dall’imprenditore crotonese, che ha fatto emergere che «Coraggioso era chi denunciava 50 anni fa. Oggi – ha aggiunto – posso testimoniare che lo Stato ha vinto. Ho subito di tutto e di più. E per non farlo capire ai miei figli, raccontavo che i proiettili che rinvenivano nei pressi degli uffici erano in realtà un portachiavi. Ricordo che una volta uscii da un ristorante dove la gente si alzava per far sedere i boss di Isola Capo Rizzuto. Una volta c’era l’inchino a queste persone, che oggi hanno paura dello Stato. Non è criminalità organizzata – ha concluso De Siena – ma stupidità organizzata. Di fronte agli sforzi che fanno le forze dell’ordine e la magistratura, sanno che falliranno eppure persistono. Ai miei figli dico di parlare con amore a qualche coetaneo che si atteggia a boss, e di far capire loro che c’è un’altra strada».
RETATE DOPO LE DENUNCE
De Siena fa parte di un nutrito gruppo di imprenditori che hanno deciso di non sottostare alla legge del racket che le nuove leve del “locale” di ‘ndrangheta di Cirò volevano imporre. Quelle denunce hanno contribuito a far scattare, nei mesi scorsi, l’operazione Saulo, condotta dai carabinieri. Una testimonianza, quella di De Siena, che si aggiunge a quella di un altro denunciante, l’imprenditore cutrese Pino Valerio. A Cutro un’altra retata antimafia, messa a segno dalla polizia di Stato, scattò proprio in seguito alle denunce degli imprenditori.
MEGLIO DENUNCIARE
«Sono passati due anni dal fattaccio. Devo ringraziare l’amico Rosario Mattace, primo a sporgere denuncia, e gli investigatori che ci hanno dato supporto psicologico. Ma anche i miei genitori che mi hanno inculcato valori di legalità». Valerio ha ricordato anche la manifestazione cui presero parte un migliaio di cittadini cutresi, scesi in piazza a sostegno dei denuncianti. «Fu una manifestazione sentitissima. Non è semplice fare denuncia, in un territorio come Cutro. E non mi sarei mai aspettato una partecipazione così numerosa. Certo, c’è la paura che prima o poi le persone che abbiamo denunciato usciranno dal carcere. Ma è meglio denunciare, anche se con la paura. Perché lo Stato ci tutela. Eventuali danni saranno coperti. Se uno studia le cose, capisce che è importante denunciare, e farlo subito».
RIVOLUZIONE CULTURALE
Non ha voluto far mancare il suo saluto il maestro pizzaiolo Cataldo Cavallaro, che si trovava in Lombardia per un laboratorio gastronomico. Uno dei denuncianti cirotani. Con una lettera ha inviato un ringraziamento ai carabinieri e alla Dda di Catanzaro. «Se posso fare il pizzaiolo è grazie a loro. La professionalità e la legalità camminano sempre insieme», è detto nel suo messaggio. Un esempio di quella «rivoluzione culturale» messa bene in evidenza dal colonnello Raffaele Giovinazzo, comandante provinciale dell’Arma dei carabinieri. «Bello oggi – ha detto l’ufficiale dell’Arma – rivedere i volti di quegli imprenditori coraggiosi, che hanno scelto di stare dalla parte giusta. La loro presenza qui suggella questa volontà. È un augurio di speranza per una terra bellissima».
INVERSIONE DI TENDENZA
Testimonianze, quelle dei denuncianti, che hanno arricchito una giornata importante. Esempi di quella «Inversione di tendenza che viene proprio da Crotone, territorio lottizzato da clan capaci di infiltrarsi anche in Nord Italia e all’estero», ha sottolineato il coordinatore regionale di Libera. «Ciò – ha precisato Borrello – è stato possibile grazie al lavoro importante svolto dallo Stato che fatto cadere il muto d’omertà». Borrello ha fatto riferimento ai casi Cirò Marina e Cutro. «Occasioni come questa – ha concluso – sono utili per confrontarsi con chi ha subito l’aggressione della criminalità organizzata e creare una rete di supporto e solidarietà».
LA RETE
I lavori sono stati aperti da Antonio Tata, referente provinciale di Libera. Tata ha ricordato che la campagna “La libertà non ha pizzo” è nata nel 2010 a Reggio per creare una «rete di assistenza e solidarietà e non lasciare soli gli imprenditori che hanno denunciato». Emilia Noce, presidente della Camera di Commercio di Crotone, ha sottolineato che «molte attività subiscono forme di pizzo meno visibili, come l’imposizione di acquisiti di prodotti o di assunzioni di personale». Per questo «il rapporto costante con le forze dell’ordine serve a instaurare un rapporto nuovo con famiglie che hanno perso la pace».
SCELTA DI CAMPO
La rappresentante dell’ente camerale ha ricordato un recente incontro col questore di Crotone, Renato Panvino, in cui si è discusso di questi temi. «La scelta di campo che deve fare il cittadino – ha detto, in particolare, il questore – è quella di non frequentare il bar dei mafiosi. Importante, invece, sostenere le imprese sane». Il colonnello Pierfrancesco Bertini, comandante provinciale della Guadia di finanza, ha ricordato gli strumenti normativi a protezione da racket e usura. Mentre il sindaco, Enzo Voce, ha auspicato che le stazioni appaltanti applichino la norma per cui chi denuncia dovrà ottenere premialità quando partecipa alle gare pubbliche.
LA CAMPAGNA
Sui dettagli dell’iniziativa si sono soffermati l’imprenditore reggino Pietro Milasi e Umberto Ferrari della segreteria regionale di Libera. «È commovente – ha detto Milasi – che a distanza di 15 anni la campagna si sia estesa». Milasi ha evidenziato il ruolo delle associazioni. «Non si è più soli, ci si vede, ci si confronta. Nella nostra rete ci sono 80 imprese, anche piccole, per le quali è iniziata una stagione nuova». Ferrari ha precisato che alla campagna possono aderire «non solo gli imprenditori che hanno denunciato ma anche quelli che si impegnano a denunciare nel caso arrivino richieste di pizzo». Un’iniziativa che piace molto al prefetto di Crotone, Franca Ferraro, che ha invitato i promotori a divulgarla il più possibile. «Non basta mettere un adesivo».
IL TRAUMA
Le conclusioni sono state affidate a Giancarlo Novelli, procuratore aggiunto di Catanzaro. «Sono commoventi i ringraziamenti degli imprenditori alle forze dell’ordine e alla magistratura, ma siamo noi a doverli ringraziare», ha detto il magistrato. Uno di loro ha parlato di “fattaccio”. «Questo ci fa capire – ha osservato Novelli – quanto sia traumatico quello che hanno subito, perché si tratta di una cesura dalla normalità da cui ci si deve riprendere». La campagna di Libera «consente di dare un aiuto concreto a imprenditori che hanno avuto il coraggio di denunciare». Novelli è andato oltre, parlando del lavoro di magistrato. «Li dobbiamo ascoltare, perché da loro vengono suggerimenti concreti». Perché questa inversione di tendenza in territori difficili, in cui si denuncia ancora poco, va incoraggiata. Sono segnali di un cambiamento possibile.
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