Comunali 2027, si va verso la legge che cancella il ballottaggio. Gualtieri punta alla vittoria al 40%
La partita per il Campidoglio 2027 potrebbe giocarsi tutta in novanta minuti.
Il 10 febbraio 2026 la Commissione Affari Costituzionali ha dato il primo via libera al disegno di legge ribattezzato dalle opposizioni “ammazza ballottaggi”, destinato ad approdare in Aula il 14 aprile.
Se l’iter parlamentare si chiuderà nei tempi previsti, la riforma entrerà in vigore già per le prossime elezioni amministrative, cambiando in profondità le strategie dei partiti.
Il cuore del provvedimento è semplice: meno incertezza, più governabilità. Ma il prezzo politico sarà l’obbligo di alleanze larghe e definite prima del voto, senza più margini di manovra tra primo e secondo turno.
La soglia del 40% e il premio rafforzato
La novità più dirompente riguarda l’elezione diretta del sindaco. Nei Comuni di grandi dimensioni — Roma inclusa — il candidato che raggiunge il 40% dei voti validi sarà proclamato immediatamente, senza passare dal ballottaggio.
Spariscono così le due settimane di trattative, apparentamenti e rinegoziazioni che hanno spesso ribaltato gli equilibri usciti dalle urne al primo turno.
A questo si aggiunge un premio di maggioranza rafforzato: alla lista o alla coalizione collegata al sindaco eletto verrebbe assegnato il 60% dei seggi in Assemblea Capitolina, a condizione che nessun’altra lista superi la soglia del 50%.
Un meccanismo pensato per garantire stabilità alla giunta e numeri solidi in Aula Giulio Cesare.
L’effetto su Roma: strada in discesa per il sindaco uscente?
Nel nuovo scenario, la posizione del sindaco Roberto Gualtieri appare, almeno sulla carta, meno esposta ai rischi del doppio turno.
La storia elettorale capitolina offre precedenti che il centrosinistra osserva con attenzione.
Negli ultimi trent’anni, quando un sindaco progressista si è ripresentato alla fine del primo mandato, ha ottenuto percentuali ampie già al primo turno: Francesco Rutelli nel 1997 (60,4%), Walter Veltroni nel 2006 (61%).
Diverso l’esito per gli avversari di centrodestra: Gianni Alemanno nel 2013 non superò il 30% e fu sconfitto al ballottaggio; Virginia Raggi nel 2021 si fermò al 19%, restando fuori dalla sfida finale.
Con la soglia fissata al 40%, l’obiettivo politico diventa chiaro: chiudere la partita subito, evitando il terreno incerto del secondo turno.
Coalizioni blindate e fine dei giochi tattici
La riforma costringe i partiti minori a una scelta netta. Restare autonomi significherebbe rischiare l’irrilevanza; entrare in coalizione fin dal primo turno, invece, garantirebbe seggi in caso di vittoria. Il tempo delle ambiguità — sostegno esterno, apparentamenti last minute, endorsement al fotofinish — sarebbe archiviato.
Il voto si trasformerebbe in un referendum immediato sulle coalizioni, senza possibilità di recupero.
Il nodo centrodestra
Se per il centrosinistra il nuovo impianto può rappresentare un vantaggio competitivo, per il centrodestra il rischio è opposto. Una candidatura tardiva o poco incisiva, unita a divisioni interne, potrebbe consegnare la vittoria al primo turno all’avversario.
Nel 2021 la frammentazione e la debolezza percepita del candidato pesarono sul risultato finale. Con le nuove regole, un errore simile non lascerebbe spazio a rimonta: la partita si chiuderebbe la domenica sera, senza appello.
La riforma non è ancora legge, ma il solo annuncio ha già acceso il dibattito nei partiti romani. Perché se il ballottaggio è stato finora il luogo della mediazione e dei ribaltamenti, il 2027 potrebbe inaugurare una stagione di verdetti immediati. E, per qualcuno, definitivi.
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