Cultura

Green Day, Super Bowl: il rumore che non graffia

Photo Credit: Alice Baxley

I Green Day sono saliti sul palco del Super Bowl come si entra in una stanza arredata: senza spostare alcunché, senza rompere nulla, senza alzare la voce. E tutti coloro che attendevano una presa di posizione netta, persino brutale, schietta e inequivocabile contro il presidente, contro i suoi sgherri in uniforme, contro quella visione autoritaria e muscolare dell’America che avanza a passo di stivale, sono rimasti – ahinoi – delusi.

C’era l’occasione. L’occasione gigantesca, planetaria, irripetibile. E invece i Green Day hanno scelto il protocollo, la compostezza televisiva, la rassicurante ordinarietà dell’evento globale. Una “American Idiot” ridotta, smussata, quasi educata, lasciata lì come un’ombra gentile, come un ricordo malinconico e sbiadito dei tempi in cui il punk-rock voleva ancora disturbare il sonno dei potenti.

Ma davvero può essere sufficiente solo questo per evidenziare i misfatti di questa amministrazione? Evidentemente sì, secondo loro. Evidentemente no, per chi nel rock vorrebbe continuare a cercare una ferita aperta, non una remota citazione. 

Pressioni esterne? Timori mediatici? Avvocati pronti ad intervenire? Minacce silenziose, più efficaci di qualsiasi presa di posizione? Non lo sapremo mai. Ma il risultato è sotto gli occhi di tutti: un’esibizione che non disturba, non incrina, non mette in discussione nulla. Questo rock veloce e melodico, che nelle pose, negli atteggiamenti, nelle mode e nelle dichiarazioni ama ancora mettersi in scia alla tradizione punk della verità e della denuncia, è apparso improvvisamente scialbo, prevedibile, addomesticato. Rock da prime-time, da spot pubblicitario, da consenso largo ed indolore.

E il paradosso brucia ancora di più se si guarda a pochi giorni prima. Billy Joe Armstrong aveva lanciato accuse feroci contro l’ICE, parole dure, senza filtri, finalmente vive. Poi arriva il Super Bowl, il megafono assoluto, e quel messaggio si dissolve, sciogliendosi come neve al sole. Dove prima c’era l’urgenza, ora resta solo il mestiere. Dove c’era rabbia, ora c’è interpretazione. Billy Joe arretra, si ritrae, accetta il ruolo comprimario del professionista che canta le proprie canzoni senza più caricarle di presente.

E no, così non va affatto bene. Perché è qui, in questi momenti, che si scrive la storia della musica. E’ qui che un palco diventa luogo di confronto aperto, che una chitarra può gridare la verità, che una voce può farsi veicolo di parole di giustizia. E’ qui che si può criticare un potere ottuso e spietato, proprio dinanzi a tanti suoi sostenitori, incrinando la narrazione mediatica, seminando dubbi, creando fratture. Invece no: rientro nei ranghi, passo indietro, anima svuotata. Ancora una volta il rock rinuncia, come se la sua vera fiamma fosse ormai rimasta imprigionata negli anni Novanta, buona solo per documentari, revival e nostalgia.

Se vogliamo verità, se vogliamo presa di coscienza, se vogliamo uno scatto d’orgoglio, dobbiamo guardare altrove. Perché in questa musica, finto-alternativa, non c’è più coraggio. Manca la strafottenza. Manca anche l’ingenuità, persino l’innocenza di chi sa che può perdere tutto, ma parla ugualmente. La storia, però, ci ricorda che non è sempre stato così, ci sono stati momenti in cui il rock ha scelto di bruciare, di non essere banale cornice, di essere miccia. E oggi, più che mai, nell’era trumpiana delle fake-news e delle IA, quella miccia manca.   


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