Biancorossi per sempre, il “mago di Turi” Oronzo Pugliese
La nostalgica rubrica ‘Biancorossi per sempre’, per il suo ventinovesimo appuntamento vuole omaggiare un’icona indissolubile del calcio pugliese e barese, allenatore dei ‘galletti’ nella serie A 1969-70: Oronzo Pugliese. Pugliese di nome e di fatto. Uno che spesso usava dialetto e detti della sua terra per sdrammatizzare. Un vero personaggio, dai modi sanguigni e teatrali, che se non avesse fatto calcio avrebbe potuto fare l’attore protagonista.
Uomo semplice, schietto e genuino, che non le mandava di certo a dire. Nonostante la sua parentesi barese sia durata meno di un anno a causa dell’esonero (l’unico della sua carriera), il tecnico nato a Turi il 5 aprile 1910 ha lasciato una traccia indelebile nella tifoseria. Come dimenticare la gallina portata da lui sul campo come porta fortuna, quando allenava il Bari. Dopo una carriera da calciatore iniziata con squadre del barese come Molfetta, Acquaviva, Pro Gioia e Casamassima, e terminata in Sicilia con Siracusa, dove ha raggiunto risultati importanti, e Messina, ha iniziato da allenatore girovagando soprattutto nelle terre del Sud Italia calde e focose come il suo carattere, sino ad arrivare in Puglia prima a Foggia, con cui ha ottenuto successi indimenticabili (promozione dalla C alla A), e poi a Bari.
Il simpatico “mago di Turi”, appellativo che gli fu dato quando alla guida del Foggia compì il miracolo di battere la grande Inter dell’altro “mago” Helenio Herrera, è ricordato per il suo enorme carisma, per la grandissima carica che riusciva a trasmettere ai suoi calciatori, per la sua straordinaria gestualità, ma soprattutto per le sue capacità comunicative miste tra filosofia e grottesco, dallo stampo genuino ma mai volgare. “Ho la laurea in calcisticheria”, diceva con ironia a chi lo pungeva per la sua dialettica non propriamente oxfordiana.
Ed è stato anche il “mago” dei proverbi: “Con quelli ho salvato le squadre”, affermava. Il suo è stato un calcio fisico e genuino, fatto di poche chiacchiere e tanta grinta. Quella che trasmetteva ai suoi e che spesso lo portavano ad accompagnare il gioco con sanguigne scorribande lungo la fascia laterale, sino ad arrivare alla bandierina. I giocatori erano scontenti per il pareggio? “Chi si accontenta, gode”, la sua risposta. Memorabile, invece, il suo “Undici gambe abbiamo noi e undici gambe hanno loro”, quando ricordava ai calciatori che, al di là della tecnica e del blasone, in campo si gioca undici contro undici. E ancora: “Finché il polso batte, l’ammalato si salva”. E sui calciatori stranieri: “Non ci comprendiamo tra noi italiani, figuriamoci con gli stranieri”, diceva.
A Bari, accolto con grande entusiasmo, arrivò per il campionato di serie A 1969-70. Bari era il suo sogno. E i tifosi, ancora prima che il campionato iniziasse, già adoravano quel Pugliese che ormai, sia per i risultati sportivi e sia per la sua inconfondibile simpatia, era diventato famoso in tutta Italia. Si racconta che poco prima della gara, nello spogliatoio del Della Vittoria faceva lezioni di tattica con tappi di birra in cui scriveva il nome dei giocatori avversari.
Ma la prima gara non fu una passeggiata: in Coppa Italia, il Bari perse 7-0 contro la Fiorentina. Il “mago” turese però, promise riscatto e all’esordio in campionato, in un Della Vittoria stracolmo, quando si trovò di fronte la potente Roma, sua ex squadra allenata da Helenio Herrera, si confermò “bestia nera” del famoso tecnico argentino: i biancorossi vinsero 1-0 con gol di Cané, calciatore da lui assai voluto. Fu criticato dalla stampa, invece, per aver tolto il posto da titolare al possente centrocampista Fara. I risultati, seppur con fatica, arrivarono e a fine girone d’andata i biancorossi navigavano a metà classifica. In quello di ritorno, invece, il suo Bari cambiò rotta e iniziò il suo declino, che porterà al suo esonero dopo la sconfitta interna col Torino. Un esonero colmo d’amarezza, per lui che amava la piazza barese.
Lasciò il calcio nel 1978 e se ne andò per sempre l’11 marzo 1990, all’età di 80 anni, nella sua Turi, che successivamente gli dedicò lo stadio comunale e una via del paese. Ma “don Oronzo” (così veniva spesso chiamato) ebbe la soddisfazione di entrare anche nella storia cinematografica: l’attore Lino Banfi, su consiglio di Liedholm, si ispirò a lui per il film di successo “L’allenatore nel pallone” del 1984. Senza Oronzo Pugliese, molto probabilmente Oronzo Canà non ci sarebbe mai stato. Un mito nel mito.

