I ricordi di Ennio Chiodi: «Io, il democristiano coriaceo di TeleKabul» – Cronaca
BOLZANO. «Si ricorda ancora Telekabul?». Come no. Il tg3 di Sandro Curzi, il direttore comunista in camicia bianca… «Bene. Ecco, ad un certo punto arrivo io al suo fianco. Che più cattolico non si può. Moderato fin sopra i capelli».
Ennio Chiodi ha ancora quel tratto. Mai dire niente a voce troppo alta. Certo, quel tanto che basta. Ma appena vede i talk di oggi che sembrano tutti urlatori da stadio ha una fitta al cuore e la tentazione di girar canale. Poi ci resta, perché la passione è dura a morire. In quella stagione in cui la Rai era la Rai – nel senso che lottizzava a più non posso ma tenendo insieme il Paese – Chiodi, bolzanino anzi gardenese acquisito, finì nel ’98 vicedirettore del telegiornale più a sinistra della storia, con direttore Curzi.
Nemici? «Mai. È che allora tutti, comunisti, democristiani, socialisti, avevano oltre al senso dello Stato, il senso del servizio pubblico. E quello si rispettava, ci fosse stato anche da litigare…». Formazione giornalistica al “Popolo”, testata bianchissima ma palestra di talenti, assunto in Rai a Bolzano nel ’79, capo della redazione di qui negli anni in cui entravano e uscivano da piazza Mazzini – della sua generazione – Lilli Gruber, Silvano Faggioni, Paolo Borella e tanti altri, poi direttore del tg3 nazionale, infine alla guida di tutti i tg regionali (“24 redazioni e 900 giornalisti, da impazzire”) e ancora candidato al parlamento con l’Ulivo, in una sfida testa a testa con il ministro Franco Frattini persa per 700 voti. Una delle più accese di allora.
Una famiglia a Ortisei, due figli, Giorgio e Luca, avuti da Carla, moglie amatissima e alla guida dell’hotel Hell. Snodo di un turismo di fedeli nei decenni. Chiodi ha osservato passare le nostre prime, seconde e tra un po’ terze Repubbliche. Ne ha viste, insomma.
Ma poi, perché Ortisei?
“Colpa di mio papà. Arturo”.
Nel senso?
“Colpa per la Gardena innanzitutto. Amava la montagna, sono finito lì fin da piccolo. Colpa per me che alla fine sono diventato giornalista. Lui stava al Popolo. Democristiano invariabilmente di minoranza, come sempre”.
Cioè Dc di sinistra?
“Ecco, quella”.
Perché poi ci è rimasto, in Gardena?
“Galeotto fu l’albergo. Lì ho conosciuto mia moglie e non mi sono innamorato solo di lei ma dei posti”.
E invece Bolzano?
“Concorso Rai, il primo della serie. L’autonomia, la nostra politica, tutto era diverso da altrove. Per un giornalista, una manna. E poi l’idea di fare una tv per il territorio”.
Tanto da passare da Bolzano a Roma sempre sull’onda di questa informazione televisiva via dalle reti ammiraglie ma molto local?
“A proposito di local, dopo un po’, prima da vicedirettore del tg nazionale e poi da direttore si è lavorato su una rete nuova, la “rete Glocal”. Che era dentro l’idea di tenere insieme tutte le testate regionali facendole muovere come una sola redazione, per poter guardare al Paese dal basso”.
Gli altri lo facevano dall’alto?
“A volte troppo, così da non vedere tanto di quello che si muoveva sotto traccia”.
Uno dice Rai e pensa lottizzazione.
“È così. Ma quella di ieri era diversa da quella di oggi. Tutti, venendo da partiti storici, o essendo da loro indicati, si stava dentro una convinzione: che quei partiti e quella politica avesse necessità del dialogo. Mai di strappi insanabili. Si discuteva, si litigava ma guardate alle discussioni, anche in tv, tra i leader di allora e quelli di oggi. Oggi occorre sempre abbassare il volume del televisore”.
Altra stoffa?
“Altra cultura politica evidentemente. Ma è stato da vertigine finire per dirigere tutte quelle redazioni regionali, con 900 giornalisti, ogni giorno al lavoro dalla Sicilia alla Valle D’Aosta”.
Poi è finita. Perché?
“Quella funzione territoriale serviva alla Lega, allora, nel mentre si stava disegnando la struttura padana al nord. Si è sfasciato così quella unità nazionale dei tg regionali. Peccato”.
Come mai a Bolzano si è pensato a lei come candidato del centrosinistra alle elezioni per il Parlamento?
“Avranno fatto i loro conti. Si sfidavano Prodi e Berlusconi. Qui c’era una tradizione di cattolicesimo democratico che da sempre ha guardato anche a sinistra. Io sono sempre stato Margherita”.
Ha detto sì?
“Beh, certo”.
Sfidanti?
“Nella coalizione, io per primo, si pensava che si sarebbe presentato contro di me Holzmann. Poi invece Giorgio si è sfilato ed è comparso Franco Frattini, un ministro. Mi sono detto, beh, troppo forte. I sondaggi parlavano di un distacco di 10 punti”.
E lei?
“Ci siamo detti di non guardarli e di combattere”.
Alla fine?
“Ho recuperato. Ma ho perso. Pochi voti di scarto, neanche 700”.
Ma la Svp con lei ha fatto una mossa che non aveva mai fatto no?
“Eh sì, per la prima volta non ha preso le distanze, per la prima volta ha optato per la desistenza. Comunque un buon viatico per dopo”.
La sua vita in quegli anni?
“Da nomade. Su e giù da Roma a Bolzano, a Ortisei. Ho pagato le soddisfazioni con una caterva di chilometri. Candido Cannavò, lo storico direttore della Gazzetta mia chiamava il giornalista pendolare”.
Da lei, a proposito di giornalisti, ne sono passati caterve.
“Beh, dal tg3 hanno iniziato Bianca Berlinguer, Federica Sciarelli, poi finita a “Chi l’ha visto”. Con me è arrivato anche David Sassoli. Era molto bravo. Tanto da raggiungere l’Europarlamento. Come Lilli Gruber, che però arrivava dal Tg2″.
Litigate?
“Quelle vere con pochi. Ma è capitato con Bruno Vespa”.
Ragioni?
“Non le dico”.
E le purghe in Rai?
“Ci sono stato dentro anch’io. Capitano, quando cambiano le stagioni. Il rischio è buttar via anche il buono”.
E l’albergo a Ortisei?
“Adesso è quasi il mio primo lavoro. Arrivo lì e rivedo tutti i miei anni lassù”.




