Poppy – Empty Hands | Indie For Bunnies
Sei anni fa Poppy (al secolo Moriah Rose Pereira) sorprese pubblico e critica con “I Disagree”, un’opera capace di fondere con inedita freschezza la pesantezza del metal e la leggerezza del pop. Esaurita quella fiammata creativa, l’artista statunitense ha intrapreso un graduale processo di normalizzazione sonora, rifugiandosi in un alternative metal “modaiolo” di chiara matrice Bring Me The Horizon: moderno e potente, ma fin troppo costruito.

Un mostro sonoro da laboratorio; un prodotto patinato nel quale l’equilibrio tra chitarre e sintetizzatori si risolve in un denso amalgama industrial/glitch. In un simile contesto, la canzone diventa un mero contenitore: contano solo il ritornello catchy e il breakdown devastante. “Empty Hands”, settimo album di Poppy, offre esattamente questo e poco altro. Si tratta sostanzialmente di una replica sbiadita del precedente “Negative Spaces”, non a caso prodotto anch’esso da Jordan Fish (ex tastierista dei succitati BMTH).
Il consueto recupero dell’arroganza nu metal, con riffoni ignoranti e aggressivi, non basta a rendere più eccitante un disco che è molto fumo e poco arrosto. Un ascolto coinvolgente? A suo modo sì, ma ha la stessa profondità di una playlist adrenalinica da spararsi in palestra. Siamo di fronte al classico alt-metal sotto steroidi, impreziosito da echi alla Deftones (“If We’re Following The Light”) e ingentilito dalla voce pulita di Poppy, che pure dimostra di saper graffiare con un growl acuto, come ben dimostra nel metalcore assassino di “Dying To Forget”. In definitiva, un segnale vistoso (seppur non indegno) di stanchezza creativa per un’artista che viaggia alla media di un disco l’anno: forse è giunto il momento di diradare le uscite.
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