Cultura

La politica al cinema – BadTaste

Entrare nella stanza dei bottoni. È un modo di dire, una frase fatta che indica il luogo in cui si prendono le decisioni, soprattutto quelle politiche. Un’espressione che dà anche l’idea di uno spazio inaccessibile, in cui entrare è impossibile, se non addirittura proibito a chi non fa parte delle élite. Proprio per questo è uno dei luoghi in cui la letteratura e il cinema amano infilarsi, usando la fantasia, l’ombra del complotto oppure cercando di raccontare al pubblico la verità di quel luogo, provando a mostrarne i meccanismi.

È ciò che fa Il mago del Cremlino, il film con Jude Law e Paul Dano tratto dall’omonimo romanzo di Giuliano da Empoli, raccontando i retroscena della presa del potere da parte di Vladimir Putin e l’impatto che Vladislav Surkov (nella finzione ribattezzato Vadim Baranov) ha avuto in quell’ascesa. Il regista Olivier Assayas e lo sceneggiatore Emmanuel Carrère mescolano personaggi inventati, ma calcati sulla realtà storica e politica della Russia a cavallo tra XX e XXI secolo, e figure reali della scena politica, per allontanarsi dai codici del biopic ed entrare in un territorio che costeggia il thriller: un territorio spesso privilegiato quando il cinema si confronta con la politica fuori dalla biografia.


È proprio l’inaccessibilità di quella stanza dei bottoni a rendere il racconto della politica così adatto al mistero e alla suspense, come dimostrano i migliori film che, nel corso della storia, hanno raccontato i suoi meccanismi senza ricadere necessariamente nel biografico. Tra gli anni ’60 e ’70, mentre la temperatura delle battaglie civili cresceva, c’era aria di rivoluzione e Hollywood si preparava a cambiare le proprie regole del gioco, nascono una serie di film carichi di tensione, perfetti specchi dei tempi.

Il più celebre di tutti è probabilmente Tutti gli uomini del presidente di Alan J. Pakula, che racconta lo scandalo Watergate e le colpe del presidente Nixon dal punto di vista dei giornalisti – gli indimenticabili Robert Redford e Dustin Hoffman – dando vita a un meccanismo narrativo fondato sulla paranoia che definirà il cinema di quegli anni.

Pakula fu un vero esperto del filone, come dimostrano anche Perché un assassinio, in cui rielabora gli omicidi di Kennedy e Martin Luther King, o Il rapporto Pelican con la coppia Julia Roberts/Denzel Washington. Esperto fu anche Sydney Pollack che, rivestendo di spionaggio il clima politico degli anni ’70, firmò un classico come I tre giorni del Condor e, trent’anni dopo, un film sottovalutato come The Interpreter.


Ma una decina d’anni prima il terreno della paranoia (fanta)politica lo aveva preparato un maestro poco raccontato come John Frankenheimer che, tra il ’62 e il ’64, affrontò la Guerra fredda con due opere eccellenti come Va’ e uccidi e Sette giorni a maggio, in cui la paura della bomba atomica e lo spauracchio comunista costruiscono storie tesissime. Qui il rapporto tra fantascienza (un complotto per “ipnotizzare” le persone e spingerle a compiere omicidi politici) e politica distopica (un colpo di Stato per sabotare il disarmo nucleare) è strettissimo.

Meno riuscito, ma spettacolarmente molto efficace, Black Sunday immagina che Settembre Nero colpisca gli Stati Uniti come aveva fatto a Monaco nel ’72 – e se non sapete cosa avvenne, recuperate Munich, uno dei film più belli dello Spielberg maturo.

Il nucleare diventa ovviamente centrale nel discorso politico a partire dalla fine degli anni ’50, plasmando un’intera generazione di narratori su quella paura e sui modi in cui politica e governi cercano di scongiurarla, o di sfruttarla. A prova di errore, diretto nel 1964 da Sidney Lumet, racconta di un ordigno nucleare inviato “per errore” verso Mosca, scatenando il panico tra le amministrazioni nazionali: un film prossimo alla perfezione, girato come in presa diretta, che non molla lo spettatore ed è diventato un paradigma per molte opere successive sul tema, fino ad arrivare ad A House of Dynamite di Kathryn Bigelow.

Su tutti, però, svetta Il dottor Stranamore, uno dei film più grandi di un regista che ha fatto solo grandi film, Stanley Kubrick: nella sua visione acre e grottesca, la fine del mondo non è un pericolo, ma un’ipotesi, una possibilità di cui discutere proprio nella stanza dei bottoni – la meravigliosa War Room concepita dallo scenografo Ken Adam – che riunisce i rappresentanti di un’umanità già morta.


Quella di Kubrick è una sferzata satirica mai vista prima, perché fino agli anni ’50 la satira, il modo più “semplice” e vendibile di parlare di politica al cinema, era più moderata, composta o talmente generica da risultare bipartisan. Il suo campione indiscusso fu Frank Capra che, nelle sue commedie popolari e genuinamente populiste, raccontava il potere politico e quello mediatico mostrando il peso che avevano sul popolo, che dovevano servire e di cui si servivano.

Mr. Smith va a Washington resta in tal senso il suo film più politico, quello che parla direttamente delle scelte dei governanti sulla pelle dei cittadini, con il memorabile monologo di James Stewart che occupa il finale come il suo personaggio occupa l’aula del Congresso. Ma in quasi tutti i suoi film migliori Capra racconta, smonta e poi esalta il valore della politica, ne osserva con timore i retroscena per poi affidarsi alla forza della democrazia.

Tra i suoi eredi possiamo citare Ivan Reitman con Dave – Presidente per un giorno, ancora Spielberg con The Post e soprattutto Aaron Sorkin. Uno dei più grandi sceneggiatori hollywoodiani in attività ha portato il racconto del lavoro politico a un livello altissimo di complessità, ricchezza narrativa e precisione dei meccanismi, grazie a un senso dei dialoghi portentoso. Non vi diremo qui (e invece sì, ve lo diciamo) di guardare The West Wing, la sua serie capolavoro, ma basterebbe una commedia apparentemente romantica come Il presidente – Una storia d’amore, diretta dal compianto Rob Reiner, per dimostrarne il talento.


Storia a sé fa Charlie Chaplin, attivissimo politicamente, schierato nella vita e nei film quando farlo era una follia – che infatti gli costò l’“esilio” dagli Stati Uniti. Mostrò il lato osceno del capitalismo in Tempi moderni e l’ipocrisia degli USA in Un re a New York, ma nell’immaginario collettivo resta soprattutto il suo Hitler che, ne Il grande dittatore, fa volare il mondo prima che gli esploda in mano. Nel 1940 la soluzione finale era ancora sconosciuta all’opinione pubblica, ma Chaplin seppe anticipare con umorismo feroce e lirico insieme le conseguenze della follia politica.

Il Napaloni, alias Mussolini, del film di Chaplin ricorda che finora abbiamo parlato soprattutto del Paese imperialista per eccellenza, gli Stati Uniti, senza guardare a casa nostra. Eppure il cinema politico italiano ha una tradizione straordinaria, soprattutto dagli anni ’60 in poi, con i pilastri firmati da Francesco Rosi (Le mani sulla città) ed Elio Petri (A ciascuno il suo, Todo modo), che oggi ha pochi prosecutori.

Tra questi, il più popolare e probabilmente il più importante è Paolo Sorrentino, autore insieme al sodale Toni Servillo di un tritticoIl divo, Loro e La grazia – che parla del potere prima ancora che della sua gestione: la politica come potere divino da amministrare (Giulio Andreotti), come capitale da investire o sperperare (Silvio Berlusconi), come responsabilità impossibile da sostenere (il fittizio Mariano De Santis, ispirato a Napolitano e Mattarella). A questo si aggiungono le due serie papali, The Young Pope e The New Pope. La politica moderna e contemporanea del nostro Paese è tutta lì.

Per questo appare strano, ma non lo è affatto, che sia stato un italiano, Giuliano da Empoli, a raccontare una figura centrale e spaventosa come Vladimir Putin, cogliendone le radici non solo politiche ma soprattutto mediatiche. Prima con il fascismo, poi con il berlusconismo, l’Italia è stata spesso un laboratorio di tendenze che hanno – purtroppo – fatto scuola in Europa e nel mondo. Anche di questo parla Il mago del Cremlino.


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