Università, nelle Stem le ragazze sono ancora poche. Anche a Perugia si può fare di più
Negli ultimi anni in Italia il dibattito sul ruolo delle donne nelle discipline tecnico‑scientifiche, note come Stem (Science, technology, engineering and mathematics), ha messo in evidenza un divario di genere ancora marcato. A differenza di altri Paesi europei, dove la presenza femminile in questi settori è cresciuta o rimane più bilanciata, nel nostro paese le donne sono ancora significativamente sotto‑rappresentate e il progresso verso la parità è lento e disomogeneo.
I dati più recenti elaborati nell’ambito del progetto She Figures della Commissione Europea indicano che nel 2022, pur con una quota complessiva di studentesse universitarie in Italia pari al 57 per cento e di laureate al 58 per cento del totale, solo il 40 per cento dei laureati in ambito Stem erano donne, un dato inferiore rispetto ad altri titoli accademici e che evidenzia un forte squilibrio nel campo scientifico‑tecnologico. Nelle posizioni accademiche di vertice il divario aumenta ulteriormente: tra i professori ordinari in area Stem solo circa il 23 per cento sono donne.
Queste cifre si riflettono anche nella produzione di competenze tecniche nel paese: statistiche di mercato e analisi settoriali mostrano che le donne rappresentano una minoranza tra i laureati Stem e che la percentuale non ha registrato aumenti significativi negli ultimi dieci anni, malgrado iniziative nazionali come la Settimana Stem e programmi di orientamento nelle scuole. Le cause vanno oltre la semplice iscrizione, e riguardano stereotipi di genere, percorsi educativi poco orientati alla parità e difficoltà nel mondo del lavoro che spesso penalizzano la permanenza delle donne nei settori scientifici.
Se si allarga lo sguardo al contesto europeo, la situazione italiana mostra luci e ombre. Secondo dati Eurostat, la percentuale di donne laureate nelle Stem nell’Unione si aggira intorno a un terzo del totale, e benché l’Italia non sia la peggiore in assoluto, resta indietro in termini di progressione e di diffusione nei diversi settori scientifici rispetto a paesi come Germania, Francia o Spagna, dove programmi e politiche di sostegno alla parità di genere sono più radicati.
L’Umbria, e in particolare l’Università degli Studi di Perugia, rispecchiano queste dinamiche nazionali con alcune specificità locali. I dati regionali sull’istruzione mostrano che nella fascia di età tra i 30 e i 34 anni la percentuale di laureate umbre è superiore a quella degli uomini (34,6 per cento contro 27 per cento), a conferma di una generale maggiore propensione femminile verso l’istruzione universitaria.
Tuttavia, quando si va ad analizzare la composizione per aree disciplinari, emerge una distribuzione più sbilanciata: nei corsi tecnico‑scientifici e nelle Stem in particolare le studentesse sono meno rappresentate rispetto ad altri settori. Un’indagine pubblicata da Umbria24 sulla composizione di genere all’interno dell’Università di Perugia evidenzia che, mentre le donne sono predominanti tra studenti, dottorandi e assegnisti, la loro presenza si riduce salendo nella gerarchia accademica: solo circa il 19 per cento dei professori ordinari è donna, e la quota aumenta solo nelle fasce inferiori del personale docente.
Questa “piramide rovesciata” riflette un fenomeno che non riguarda solo l’Umbria ma l’intero paese: le donne entrano nell’università in numero maggiore, ma faticano a mantenere la presenza nelle discipline tecnico‑scientifiche e a progredire verso posizioni di vertice nella ricerca o nell’industria tecnologica. Il risultato è un gender gap ancora profondo, che si riverbera anche sul mercato del lavoro e sulle opportunità di crescita professionale.
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