«Uccido il bimbo nella carrozzina»
JESI – «Le minacce erano continue, ma di persona faceva poco. Erano tutte con il cellulare. Un giorno ha detto a mia figlia che avrebbe ucciso il bimbo che avevo nella carrozzina. Era nato da un mese». Il frutto del secondo matrimonio di una jesina di 40 anni, che ha trascinato a processo il suo ex marito con l’accusa di stalking. Per l’uomo, 46enne già condannato per maltrattamenti e in carcere per altra causa, si è aperto l’altro giorno il dibattimento davanti al giudice Paola Moscaroli.
I testimoni
Sul banco dei testimoni è salito per primo il carabiniere della che aveva preso la denuncia, analizzato i file depositati dalla vittima e contenenti le minacce ricevute quando lei viveva a Jesi: «C’erano frasi che istigavano al suicidio e alcune scabrose di natura sessuale» le parole dell’investigatore. Poi è toccato alla donna, che aveva denunciato tutto il primo luglio 2022, qualche giorno prima della sentenza di condanna per maltrattamenti. «Mi diceva: siete una famiglia di morti che cammina» ha ribadito la 40enne citando le parole dell’ex marito. «Oltre alle minacce, si appostava e mi chiedeva dove fossi in quel momento? Se avevo paura? Sì e ne aveva anche il mio secondo marito, non lasciavamo mai andare i bambini soli». Ci sarebbero stati anche appostamenti sul luogo di lavoro della donna. Avrebbe più visto passare l’ex con il furgone davanti alla sede dove lei operava.
Il profilo
«Ammazzati, mettiti una fune al collo, che dio ti fulmini» le frasi finite al centro del giudizio. L’imputato, difeso dall’avvocato Emanuela Bruno, avrebbe scritto anche invettive sul profilo Intsgram della figlioletta. «Vi renderò la vita più difficile del mondo, vi ammazzo, vi uccido tutti». Compreso «quello che porta nel passeggino da un mese» in riferimento al bimbo nato dalla nuova relazione intrapresa dalla 40enne.
Stando a quanto denunciato all’epoca, l’imputato avrebbe anche trovato il modo di entrare nel profilo social della donna, spiandone le notifiche delle conversazioni. Non sarebbero mancati gli insulti di ogni genere, anche sessisti: «Femmina di m…», «bastarda», «maledetta». Non ci sarebbero state aggressioni fisiche, rientranti nel processo per maltrattamenti, ma solo verbali. L’imputato rigetta ogni contestazione, la sua versione deve ancora essere ascoltata in aula. Il processo è stato aggiornato.




