Draghi rilancia la Federazione Europea: politica estera e difesa
Dalle aureolate aule dell’Università di Lovanio, Mario Draghi ha alzato nuovamente la frusta nei confronti di quest’Europa, che non sembra cogliere il momento in cui entrare in pista per affermare un proprio ruolo autonomo tra Trump, Putin e Xi, ognuno dedicato ad urlare a livello internazionale, perché in fondo in difficoltà sul terreno interno. Draghi rilancia quel suo Piano, tanto insistentemente richiesto da tutti i governi europei, quanto poi costantemente ignorato. L’Europa deve passare da quest’Unione, poco più che confederale, ad essere una vera federazione, che pur lasciando spazio ai governi nazionali e locali, deve poter mettere insieme coerentemente le proprie scelte unitarie in materia di politica estera, difesa ed economia, uscendo dalla duplice trappola dell’unanimismo interno e della sottomissione agli Stati Uniti.
Le parole di Draghi si uniranno a quelle di Letta al prossimo Consiglio informale sulla competitività del 12 febbraio in Belgio, ma ancora una volta il Grande Tecnico ricorderà che i prossimi passi saranno politici, cioè obbligheranno i vertici europei a prendere decisioni chiare sul futuro dell’Europa.
Innanzitutto la difesa europea. Ricordiamo che proprio la proposta di Comunità Europea della Difesa fu, in pena guerra fredda, il primo tentativo di unità europea e fu un fallimento, proprio perché il Presidente Eisenhower, appena insediato, richiamò i Paesi liberati dalle sue stesse armate al loro ruolo di “fedeli alleati” e quindi di riallinearsi singolarmente nell’Alleanza Atlantica fondata nel 1949. Oggi quella stessa Nato viene messa in discussione da Trump, anch’egli repubblicano, ed è quindi giunto il tempo di decidere, se ognuno singolarmente dei Paesi europei vuole contribuire maggiormente alle spese dell’alleanza, o se i Paesi europei nel loro insieme vogliono darsi una difesa comune, giocando insieme un ruolo nei confronti degli Stati Uniti. In ogni caso bisogna sedersi uniti al tavolo delle trattative per ridefinire le nuove regole ed i nuovi profili della Nato. Questo richiede una gestione comune della politica estera che ricollochi la nuova Europa in una posizione autonoma, sostenibile nel tempo e quindi credibile fin da ora, nei confronti non solo degli USA, di Russia e Cina, ma anche nei confronti di tutti gli altri Paesi, che rischiano già a fine anno di non avere più una istituzione – le Nazioni Unite – in cui confrontarsi alla pari.
Le scelte nei confronti di Mercosur e India, ancora una volta travestite da accordi commerciali, hanno comunque spinto l’Unione su terreni che erano considerati riservati agli Stati Uniti, tanto che Trump si è affrettato a concludere un accordo anch’egli con Modi, sostenendo che l’intesa con l’India serviva a mettere in crisi Putin.
I passi successivi richiedono un’unità, ma anche una rapidità di decisione che contrasta con il modello di unanimità che domina l’Unione, additando come modello alternativo la costituzione dell’Euro, che ha visto promotori pochi stati più forti e poi successivamente l’adesione degli altri membri dell’Unione. Anche in questo campo è però giunto il tempo di fare passi in avanti, congiungendo alle politiche monetarie comuni le politiche fiscali ed una gestione comune del debito pubblico, politiche che divengono anch’esse azioni a grande rilevanza di politica internazionale, contando che il debito pubblico degli Stati Uniti, largamente in mani cinesi, è prossimo all’insostenibilità ed il dollaro è sempre più a rischio come moneta di riserva. In questa fase nel triangolo delle Bermude dell’indipendenza europea stanno i due temi cruciali dello scontro politico attuale, la sicurezza energetica e la sicurezza informatica, che nessun Paese europeo può giocarsi in proprio.
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