Decreto Sicurezza: evoluzione delle leggi italiane
06.02.2026 – 9.00 – Negli ultimi diciotto mesi la politica italiana è stata attraversata da un dibattito feroce e continuo attorno a ciò che oggi è diventato noto come il “nuovo Decreto Sicurezza”, un pacchetto di norme che interpreta la sicurezza pubblica come questione centrale nella strategia di governo e che ha culminato, nei primi giorni di febbraio 2026, con l’approvazione formale del provvedimento in Consiglio dei ministri. La genesi formale di questo decreto risale all’aprile 2025, quando il governo emanò il decreto-legge 11 aprile 2025, n. 48, poi convertito in legge il 9 giugno 2025 come normativa urgente in materia di sicurezza pubblica e tutela delle forze dell’ordine. Quel testo, nel tentativo di accelerare l’azione legislativa su temi sensibili, fu concepito proprio come risposta a crescenti timori sulla percezione di insicurezza nelle città italiane, dai reati predatori alle occupazioni abusive.
Ma fu anche motivo di critiche da più parti dell’opinione pubblica, delle associazioni per i diritti civili e di numerosi giuristi. Sin dall’inizio, infatti, il contenuto del decreto è stato estremamente contestato: in Parlamento e nelle piazze, opposizioni e movimenti civici hanno denunciato la risonanza securitaria delle misure come una minaccia ai diritti civili fondamentali. Secondo associazioni come Antigone, si trattava addirittura del “più grande e pericoloso attacco alla libertà di protesta nella storia repubblicana”.
Il decreto del 2025 prevedeva nuovi reati e circostanze aggravanti, con l’introduzione di quattordici nuove fattispecie penali e nove aggravanti nel codice penale e di procedura penale. Tra queste, la criminalizzazione di blocchi stradali, resistenza passiva in manifestazioni, occupazioni abusive, e una stretta sul porto di strumenti da punta e taglio, che ha sollevato grandi preoccupazioni in settori come quello della cannabis light e di forme di autoproduzione innocue.
La reazione delle istituzioni non fu meno dura: la Corte di Cassazione sollevò dubbi sul ricorso alla decretazione d’urgenza, giudicando discutibili i presupposti costituzionali della procedura adottata e segnalando una ipertrofia penalistica nel testo. Contemporaneamente, una parte dell’opinione pubblica ha ridicolizzato il testo definendolo un “decreto-paura”, mettendo in luce una tendenza politica a rispondere alla complessità sociale con strumenti repressivi piuttosto che con politiche sociali, di integrazione e prevenzione.
Nonostante le polemiche, il decreto è stato rilanciato e rafforzato più volte, in particolare dalla componente leghista della maggioranza, che ha spinto per ulteriori inasprimenti, ad esempio nella gestione delle forze dell’ordine e nell’espulsione delle persone migranti, temi che avevano già attirato attenzione internazionale per i piani di restringere i ricongiungimenti familiari e velocizzare sfratti e allontanamenti.
Nel corso della legislatura, la strategia securitaria non ha perso terreno, né in sede parlamentare né nel dialogo istituzionale. Nei primi giorni di febbraio 2026, il Consiglio dei ministri ha ufficialmente approvato un nuovo pacchetto sicurezza, includendo nel decreto-legge misure quali il fermo di prevenzione, nuovi divieti di porto di armi improprie, fondi per potenziare la sorveglianza nelle aree ferroviarie e obblighi di cooperazione all’identificazione per persone detenute nei centri di migranti.
Il presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ha difeso il decreto come parte di una “strategia precisa” per restituire alla cittadinanza normalità e sicurezza, rivendicando l’interlocuzione con il Quirinale per evitare profili di incostituzionalità. Tuttavia, critici e osservatori indipendenti avvertono che tali norme rischiano di trasformare questioni sociali complesse in un ordine pubblico rigidamente poliziesco, con effetti più psicologici che effettivi su criminalità e disagio urbano.
Nel contesto di tensioni sociali crescenti, che vanno dalle proteste civili alle difficoltà delle comunità migranti il Decreto Sicurezza rappresenta un punto di svolta legislativo e culturale per l’Italia contemporanea: potrebbe infatti rivelare un profilo di politica pubblica che preferisce la repressione alla prevenzione, la semplificazione normativa alla complessità sociale. È questa tensione, tra ordine e diritti, che continua a dividere l’opinione pubblica e che non accenna a spegnersi, mentre il decreto stesso entra gradualmente nella vita quotidiana degli italiani.
[e.c.]




