Elena Anticoli De Curtis: «Mio nonno, Totò me lo porto dentro. Esempio di umanità»
Dopo la visita alla mostra allestita a Napoli, l’intervista ad Elena Anticoli De Curtis, nipote di Totò, nata da Liliana, unica figlia del principe della risata Antonio De Curtis
IL mare, il Vesuvio e poi piazza Plebiscito. Chi ha avuto la fortuna di capitare a Napoli negli ultimi tre mesi, voltandosi verso Palazzo Reale, ha sicuramente sorriso. Perché c’era lui, Totò. In una gigantografia che sembrava accogliere e dire “Opperbacco, ben arrivati. Prego, accomodatevi”. Lui, il principe. Lui, il mito, l’intramontabile, il comico. Totò, l’uomo. La mostra allestita dal ministero della Cultura con la collaborazione degli eredi è stata forse una tappa “doverosa” per chiunque sia passato da lì fino al 25 gennaio scorso. E così è stato anche per noi.
“Femmena tu si’ ‘a cchiù bella femmena, te voglio bene e t’odio: nun te pozzo scurdà”. La sua voce, la sua storia, la sua arte, i suoi film in bianco e nero. Veline, canzoni e poesie scritte a mano. Tracce di vita vissuta tra l’estrema povertà e il successo, il rione Sanità e Roma. Ancora, foto d’epoca, abiti che con un po’ di immaginazione riprendono vita. È gioia incontenibile e grande malinconia. Perché una volta fuori dalla mostra, tra i vicoli e le strade della città, la sensazione è che Totò un po’ ti manca.
Vorresti tornare indietro. O magari andare avanti e incontrarlo così, per caso, nella sua Napoli. Il desiderio di parlarci, di ridere con lui. La curiosità di tante e tante domande sospese. Eppure, quel sogno un po’ si è realizzato, chiacchierando al telefono con Elena Anticoli De Curtis. È sua nipote. Nata da Sergio Anticoli e Liliana De Curtis, unica figlia di Totò. Una donna che, a pelle, molte cose sembra aver ereditato da sua madre e da suo nonno. Sicuramente la riservatezza. Ma, soprattutto, la gentilezza, l’umiltà e tutta la sua umanità.
Signora Elena De Curtis, lei nasce nel ’69, due anni dopo la morte di Totò, quindi non l’ha mai conosciuto. Com’è stato poi crescere con questa consapevolezza?
«Allora, io nasco in Sudafrica, per cui inizialmente ero un po’ fuori da quello che riguardava il panorama italiano. Però sono cresciuta con mia madre e mia nonna, Diana Rogliani Bandini, moglie di Antonio De Curtis. L’ho vissuto così, come un nonno. Certo, sapevo che era un nonno famoso. Ma la vera consapevolezza l’ho avuta quando sono tornata in Italia. Venni a fare la maturità qui a Roma, al liceo francese. Perché quando avevo 9 anni mia madre si trasferisce a Montecarlo, apre un altro ristorante, e di conseguenza volevo proseguire i miei studi in lingua».
Perché sua mamma si trovava in Sudafrica?
«Quando muore mio nonno mia madre aveva una relazione con mio padre già da due anni. Lei era divorziata, mio padre pure. E all’epoca, considerando che lei era anche un personaggio pubblico, certe situazioni non erano proprio ben viste. Alcuni amici dei miei genitori le avevano parlato del Sudafrica. Così diciamo che anche spinta dal dolore della perdita, aveva deciso di trasferirsi fuori, di andarsene in un Paese lontano».
Sa che la giornalista Luisa Longobucco, nel 2004, più di vent’anni fa, intervistò sua madre per il nostro giornale? Raccontò chi era Totò, soprattutto dentro casa. Tracciava un po’ questa sua doppia anima comica e malinconica.
«Esatto. Diciamo che si trattava di due personaggi diversi. Smessi gli abiti del comico, quando tornava a casa, era una persona estremamente riservata. Diciamo un po’ misantropo. Aveva un luogo, il suo studio. Soprattutto di notte andava lì e ascoltava la radio. Si chiudeva in questo angolo e rifletteva tanto, spesso scriveva poesie. Io ultimamente, nel 2018, le ho ripubblicate tutte nel volume “Il Principe Poeta” di Colonnese Editore. Sono circa 75 poesie e una cinquantina di canzoni».
“Pe’ sta’ vicino a tte”. È da sempre la mia poesia preferita. Qual è la sua?
«“Sì fosse n’auciello”».
Perché?
«Perché è molto affettuosa. Lui pensa di essere un uccellino e di saltare sulle labbra della sua innamorata per poterla baciare. Sono coccolona e romanticona di base. Mi sarebbe sempre piaciuto che qualcuno me la dedicasse».
Senta, sua madre somigliava a Totò?
«Mamma e nonno hanno avuto un rapporto simbiotico. Lei ha ereditato la sua vis comica. Era capace di sdrammatizzare anche nelle situazioni più drammatiche».
E lei ce l’ha pure?
«Un po’ sì. Mi ci vuole un po’ di tempo. Poi però tendo a trovare i lati positivi anche nelle situazioni negative».
Lei si occupa di teatro, di cinema? Scrive poesie?
«No no. Noi siamo tre nipoti, io sono la più piccola. Mamma ha avuto due matrimoni: dal primo sono nati mio fratello Antonello e mia sorella Diana. Io sono la figlia nata dal secondo matrimonio. Mia sorella purtroppo non c’è più. Era l’unica che aveva seguito un po’ le orme artistiche di nonno, ma non in chiave comica, quanto più in chiave drammatica. Ha lavorato con Gigi Proietti a teatro. Ma si è fermata agli esordi. Perché di fondo c’era questo senso di paragone nei confronti di nonno».
Ecco, essere conosciuta come la nipote di Totò è sicuramente un privilegio, però sente anche un senso di responsabilità?
«Diciamo che sento un po’ la responsabilità di tramandare quello che era il suo pensiero. Quando mi sono affacciata a tutto ciò che riguarda il mondo di mio nonno, l’ho considerato con gran rispetto. Perché lui era un uomo con dei saldi principi. Anche abbastanza severo nelle sue visioni.
Era un uomo che ha combattuto per tutta la sua vita contro le ingiustizie, con l’onestà degli uomini tutti d’un pezzo, all’antica, con una grande etica.
Era il tipo che ti fulminava con lo sguardo, con le parole, ma sempre in modo pacatissimo. Questa è una cosa che mia madre mi raccontava. Mia nonna, poi, diceva che anche a teatro, se doveva dire qualcosa alla compagnia, non usava mai un tono alterato. Ma sapeva pungere debitamente. Vede, lui in vita non è stato molto riconosciuto, anzi, è stato anche criticato. Perché era un personaggio scomodo. Ha sempre detto quello che pensava e non si è mai piegato a nessun sistema. Già all’epoca c’era un discorso di “politically correct”. Tant’è che venne anche bandito dalla tv per un periodo per due trasmissioni che fece. Uno il Musichiere e l’altro quando andò a Studio Uno con Mina. Lui diceva che sarebbe stato dimenticato: “un falegname lascia un mobile, una cosa tangibile, io lascio solo parole”.
E invece non è vero. Vive tra le persone. I suoi film vanno in onda incessantemente. È difficile perdere di vista Totò.
Nel 2015 ho accompagnato mia madre a Ostuni per ritirare un premio che si chiamava “Fuori dal tempo”. Lì c’era Enzo De Caro, l’attore che ha recitato con Troisi ne “La Smorfia”. E disse “Elena non puoi lasciare che tutto questo finisca”. Mi ha instradato a prendere in mano tutto questo patrimonio che aveva messo su mia madre, seguendo la sua guida. Ho iniziato dalle poesie. Nonno ci teneva tantissimo a queste veline, le prime, scritte a mano. Poi le altre battute a macchina. Nel tempo ho ritrovato anche delle registrazioni che lui faceva sul magnetofono. Alcune nemmeno dichiarate.
Così mi sono innamorata di tutto ciò che Totò era dentro e ho sentito la responsabilità di farlo conoscere: una persona estremamente profonda. I suoi sentimenti, di fondo, non li ha mai raccontati. E c’aveva anche i suoi momenti.
Era sempre carino con i fan, ma a volte voleva starsene solo. A Roma mi hanno raccontato che lui andava a Santa Marinella a fare lunghe passeggiate. Se qualcuno lo disturbava non era così disponibile. Al contempo, era una persona estremamente aperta. Dotato di grande empatia. Se qualcuno aveva un problema e glielo diceva, lui era ben disposto ad aiutarlo. Non si è mai tirato indietro».
Sono vere le storie sui suoi ritorni a Napoli di notte? Girava per i vicoli lasciando buste nei quartieri più poveri.
«Sì, soprattutto nei bassi napoletani. Nel quartiere Sanità. Spesso aveva un forte senso di nostalgia. Roma è stata la sua città di adozione, ma Napoli non se l’è mai scordata».
Vabbè, Napoli non te la scordi. Come reagisce la gente quando lei arriva in città? La riconoscono?
«C’è una grande forma di umanità. Capita che qualcuno si ferma e mi stringe la mano. È una dimostrazione d’affetto nei confronti di mio nonno. E la cosa mi fa molto piacere. Perché nonno oltre ad aver lasciato le persone gaie (quando si pensa a Totò tutti hanno un sorriso o un’espressione di gioia per le tante risate che nonno ha regalato), l’altro aspetto è proprio il lato umano. Come se Totò fosse un loro parente, una persona di casa, di famiglia.
Lui, nella poesia “Zuoccole, tammorre e femmene”, di Napoli dice: “A tengo sana sana dint’e vene”. Il mio rapporto con nonno è anche un rapporto fatto di sensazioni. Emozioni date anche da odori, luoghi.
Quando ho iniziato a portare avanti la sua memoria, sono andata a Napoli, mi sono messa a passeggiare dentro ai vicoli, nel quartiere Sanità, e lì mi sono immersa totalmente. Quando accompagnavo mia madre agli eventi, notavo che la gente aveva proprio il piacere di toccarla. Come se toccassero un pezzo di Totò. Ed è una cosa bellissima se pensa che oggi sono 59 anni dalla sua scomparsa. La tomba di mio nonno è inondata di messaggi, di persone che lo vanno a trovare. Lasciano pensieri scritti, come se fosse un santo laico».
Di cosa si occupa Elena De Curtis?
«Sono un operatore sociosanitario adesso, mi sono occupata di commercio per tanti anni, poi ho vissuto l’anzianità di mia mamma, per cui ho preso il brevetto. Ho sentito la voglia di voler aiutare le persone più fragili».
Quindi forse la parte più umana e bella di Totò l’ha ereditata lei.
«No, diciamo che l’ha ereditata mia madre. Il senso umano è proprio un modus vivendi di casa. Io e lei abbiamo avuto un rapporto molto simbiotico. Così come con mia nonna. Lei mi ha raccontato tutta la sua vita con Totò».
Me la racconti.
«Quando si sono separati, nessuno dei due ha smesso di amare l’altro. Anche se poi ognuno s’è riaccompagnato, è andato avanti con la propria vita. Però tra di loro è sempre rimasto quell’amore “incondizionato”. Si sono amati follemente. Un amore travolgente, raro. Tant’è che l’ultimo suo pensiero è stato per nonno. Disse che aveva sbagliato, che non lo avrebbe mai dovuto lasciare».
Sua madre Liliana, nella nostra intervista, parlava di “Malafemmena”, diceva «non c’è dubbio, era dedicata a mia madre».
«Esatto. Sulla carta velina dov’è scritta “Malafemmena”, c’è una dedica: “A Diana, la mia mizzuzzina”. Sa, quei nomignoli affettuosi che si danno alla persona amata. Così la chiamava. Mi viene da pensare “la mia piccolina”. Anche perché lui conosce mia nonna quando lei aveva 16 anni. Lei stava in collegio. Portarono mia nonna a teatro a Firenze a vedere un suo spettacolo, perché la sorella si era sposata con un attore di teatro, sempre napoletano.
Così andarono in camerino e lui fu abbagliato, folgorato dalla bellezza di mia nonna. Poi quella sera andarono a cena insieme e lui le disse “ma lei, signorina, non ha mai pensato di sposarsi?”.
Nonna si fece tutta rossa. Anche lei era rimasta colpita da quest’uomo che all’epoca aveva 15 anni in più. Poi lei torna in collegio e mantengono un rapporto epistolare. Fino a che, tempo qualche mese, scappa e raggiunge mio nonno a Roma. Lui la va a prendere alla stazione con questo fascio di rose rosse che teneva dietro la schiena. Mia nonna però era minorenne. Tant’è che il questore disse a nonno: “Totò, ma che stai combinando?”. E lui rispose: “No no, ma io ho buone intenzioni con la ragazza, me la voglio sposare”».
Cosa l’aveva fatta innamorare di Totò? A parte la simpatia, immagino.
«Ma più che altro è stata la delicatezza. E il suo modo di amare. Lui ha cresciuto questa ragazza in tutti i sensi. Quando nonna arrivò a Roma aveva addosso solo i vestiti da collegiale. Lui la portò in giro a comprare degli abiti. C’è da dire che nonno aveva un culto della donna, della figura femminile. L’altra faccia della medaglia, però, era questa forma di gelosia eccessiva che lui aveva nei confronti di mia nonna, ma l’ha avuta anche nei confronti di mia madre. E questa è stata forse una delle cose che poi li ha fatti allontanare. Ovviamente parliamo di una gelosia mai sfociata in problematiche diverse. Parliamo di una forma di smisurata adorazione».
E sua nonna era gelosa?
«Beh, che mio nonno fosse un uomo che piaceva, si sapeva. Anche se non era una bellezza particolare, era molto ammirato. Aveva un modo di fare molto seducente. Carismatico».

D’altronde, ha conquistato un’ intera nazione. Senta, ma se suo nonno potesse osservare oggi l’Italia, secondo lei, cosa lo farebbe sorridere e cosa lo lascerebbe amareggiato?
«Beh, una parte delle sue amarezze, delle sue malinconie, erano dovute anche un po’ a come stava andando il mondo. Lui dice “Siamo uomini o caporali”. Nel ’52 esordisce con questa frase. In quel periodo dice che c’era ancora una maggioranza di uomini. Mentre poi, nel ’63, nell’intervista con la Fallaci, dice “vedo sempre più avanzare i caporali”. Oggi forse sarebbe con le mani nei capelli. Sa… non so come avrebbe preso i social».
Forse avrebbe saputo usarli in maniera artistica e comica.
«Sì, mi viene da pensare questo. Come d’altronde ha usato il cinema o il teatro. Ha saputo dipingere l’umanità con tutti i suoi difetti, in chiave comica. Prendeva in giro anche se stesso, aveva una spiccata autoironia. Magari all’inizio sarebbe stato un po’ refrattario, ma poi sì, ne avrebbe saputo fare buon uso. D’altronde le problematiche umane non mutano. Pensiamo alle difficoltà di arrivare a fine mese, alle tasse, “E io pago”».
Ha accennato all’intervista con la Fallaci. Lui in quell’intervista dice “Signorina, la felicità è fatta di attimi di dimenticanza”. Cosa voleva dimenticare, secondo lei, per essere felice?
«Nonno è stato un bambino di strada, uno “scugnizzo”. Ha vissuto la fame in tutto e per tutto. Non è stato subito riconosciuto dal padre. Ancora, tutto quello che ha dovuto subire per raggiungere il successo.
La gavetta l’ha fatta su se stesso. Passava serate senza avere niente da mangiare. Ha faticato per essere riconosciuto come attore. Lui a Napoli è stato fischiato. Finché poi non è ritornato come Totò.
Inizialmente si chiamava Antonio Clermant, da Antonio Vincenzo Stefano Clemente. Portava il cognome della madre, Anna Clemente, palermitana. La madre era una donna del popolo e quando rimase incinta, aveva solo 16 anni. Perciò questo marchese decaduto, Giuseppe De Curtis, non lo riconobbe subito. Da lì nasce anche questa bramosia della ricerca dei titoli. Ma non perché voleva essere nobile. Come lui stesso dice, “con i titoli nobiliari non ha mai messo un pasto a tavola”. La notorietà gliel’ha data Totò. Era più una ricerca di un atto di appartenenza. Essere figlio di “NN” all’epoca era una vergogna. E lui se l’è portata avanti per tanto tempo».
Però lui era anche orgoglioso della gavetta. In un’intervista dice «i giovani non ci sono abituati», mentre quello stile di formazione lui lo riteneva fondamentale.
«Sì sì, è corretto. Il senso del sacrificio. All’epoca tutti gli attori del calibro di mio nonno, penso ai De Filippo, a Roma Fabrizi, Alberto Sordi, sono tutte persone che hanno fatto la gavetta. E se ci pensa è sempre attuale. Oggi siamo con gli influencer. Ecco, voglio dire, è un fuoco di paglia. Adesso ci sei e domani sei dimenticato».
Ha contatti con i familiari di questi grandi attori che hanno ruotato attorno alla vita di Totò?
«Sì, c’è un giro che ritorna. Ci sono le nipoti di Fabrizi. Mia madre ha avuto contatti con il figlio di Peppino De Filippo. Nonno con i De Filippo aveva un grande rapporto di amicizia, molto stretta. E poi mamma l’ha avuto con i figli».
Qual è il film che consiglierebbe a un giovane per incontrare Totò per la prima volta?
«Tutti i film che ha girato con Peppino De Filippo, sono i più esilaranti. Lì emerge la vena comica innata. Vede, loro avevano un canovaccio, ma poi improvvisavano. Nella lettera con Peppino è tutto un botta e risposta tra di loro. Ecco, con lui c’era una comprensione totale. Era anche dispettoso nonno, a Peppino gliene ha combinate tante. Nella “Banda degli onesti”, le dita gliele schiaccia veramente dentro la pedalina. Io ho due figlie, una di 22 e l’altra di 20 anni. Loro non pensavano di avere un bisnonno così famoso. È successo che in classe si sia parlato di Totò. È capitato che un professore di Lettere tirasse fuori una sua poesia o una sua battuta. C’è una forma di rispetto e curiosità, da parte di entrambe».

Signora De Curtis, se potesse portare indietro Totò e avesse l’occasione di dirgli una sola cosa, quale sarebbe?
«Ho una fotografia di mio nonno in camera. Ogni tanto ci parlo. È una figura che mi porto dentro come esempio. Non lo so… Credo che mi piacerebbe abbracciarlo. Mi manca il fatto di non averlo vissuto. Sì, forse non direi niente. Lo abbraccerei soltanto».
L’ha mai sognato?
«No, devo dire che non mi è mai venuto in sogno. Ma è come se me lo sentissi addosso. Insieme a mia madre».
E se potesse portare indietro lei, cosa le direbbe?
«La vorrei ringraziare. Perché oltre ad avermi dato un amore sconfinato, mi ha fatto capire che esistono gioie e dolori, ma l’importante è vivere sempre con un grande amore. Dare sempre tanto amore. Sì, le direi grazie. Lei mi ha insegnato ad amare e accettare la vita, così come mi viene data».
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