Calabria

La redenzione grazie alla letteratura del pluriergastolano cosentino Gianfranco Ruà


La redenzione letteraria del pluriergastolano. Gianfranco Ruà, 65 anni, è in carcere da 31 anni. È stato condannato per omicidio e figurava tra i principali imputati del maxiprocesso “Garden”, la prima indagine istruita nel 1994 dalla procura antimafia di Catanzaro contro le cosche di Cosenza e Rende. I magistrati lo indicavano come il braccio destro del capobastone bruzio Franco Pino. Per suo ordine avrebbe compiuto delitti d’ogni genere, rifiutando tuttavia di sottoporsi al rito di affiliazione alla ’ndrangheta, che riteneva un inutile orpello retorico.

Tra le vittime della sua pistola, Ruà annovera l’imprenditore e consigliere comunale della Democrazia cristiana di Rende, Pino Chiappetta, assassinato in un circolo ricreativo a colpi di pistola nel 1990. Il 65enne, pur ritrovandosi a 24 mesi dall’arresto tra una selva di ex “compari” lanciatisi tra le braccia dello Stato, non ha mai collaborato con la giustizia. Rispetto al delitto Chiappetta si è solo “dissociato”, ammettendo le proprie responsabilità senza accusare altri complici. Nel frattempo, il suo “capo” ha saltato il fosso, scampando alla galera.

Ruà è rimasto invece dietro le sbarre, provando le brande, i cortili e le celle di decine di penitenziari, indurendosi i timpani con il rumore dei cancelli e delle porte blindate che separano aree e padiglioni.

Il carcere, i libri e la trasformazione

Per più di sei lustri, nelle interminabili notti e nelle giornate senza sole trascorse al 41 bis, i suoi unici compagni di prigionia sono stati i libri. Le parole dei grandi autori lo hanno illuso, viziato, accarezzato e fustigato, fino a farlo lentamente cambiare. L’azionista feroce, il temuto boss, è diventato un’altra persona. Non pubblicamente, con dichiarazioni roboanti davanti ai magistrati, ma parlando con se stesso e con i suoi volumi.

Ruà è cambiato conversando idealmente con scrittori di tutte le epoche. Voleva confessarsi e redimersi. È lui stesso ad averlo raccontato ai docenti dell’Università di Parma, dove si è laureato in Scienze dell’Educazione e dei Processi Formativi con il massimo dei voti, 110 e lode. Nella sua tesi ha ricostruito un lungo percorso di trasformazione attuato attraverso la più formidabile delle armi: la cultura.

La confessione

«La mia vita è stata, in una prima fase, dominata dalla forza, dalla prevaricazione e dalla violenza. Cresciuto in un ambiente in cui il potere era sinonimo di grandezza, ho creduto a lungo che l’unico modo per ottenere rispetto e riconoscimento fosse attraverso la paura e la forza. Ho vissuto come un uomo legato alla criminalità organizzata commettendo azioni brutali: omicidi, rapine, soprusi. Ogni atto era volto a consolidare un’immagine di forza e invincibilità che, con il tempo, si è rivelata illusoria e profondamente distruttiva.

Poi è arrivato il carcere, e con esso un isolamento che inizialmente percepivo come un castigo insopportabile. Ma ancora non bastava, perché è arrivato il 41 bis, un regime duro e inflessibile che mi ha privato di tutto, lasciandomi solo con me stesso e il mio tempo. Era un tempo vuoto, statico. Ma proprio in quel vuoto ho trovato un’occasione: quella di guardarmi dentro e inizi


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