“Non sono a Sanremo 2026 per fare la popstar. Cito Berlusconi perché mi affascina la Prima Repubblica”: così Sayf
Fa lunghe pause come Adriano Celentano, sorride spesso, timido quanto basta, elegante nei movimenti e per nulla banale. Sayf (vero nome Adam Viacava, ndr) è uno dei protagonisti del Festival di Sanremo 2026, l’ennesimo cantautore della scena genovese che arriva sull’onda lunga di Olly, Bresh e Alfa, solo per citarne alcuni. Le luci puntate addosso perché potrebbe essere l’outsider di questo Festival con la canzone “Tu mi piaci tanto” lo sorprendono, ma non lo destabilizzano perché, in fondo, come dice lui stesso “questa è una canzone come un’altra”, dice facendo spallucce.
“Chi me l’ha fatto fare? Eh perché stiamo in questo mondo, in questo sistema qua. Sennò uno si fa le le canzoni per i fatti suoi. È un po’ andare incontro al sistema, no? La musica si vende, quindi vendiamola!”. Insomma sul filo dell’ironia (e delle pause ragionate) inizia così l’incontro con uno dei giovani artisti più interessanti del panorama musicale italiano.
Nella serata dei duetti, Sayf sarà accompagnato da Alex Britti e Mario Biondi sulle note di “Hit The Road Jack” di Ray Charles. Non ci gira attorno l’artista: “È nata abbastanza per caso questa collaborazione, perché abbiamo visto recentemente su Internetche entrambi hanno suonato con Ray Charles e quindi ci è venuta questa idea. Poi le cose, per come la vedo io, vanno sempre come devono andare quindi destino ha voluto che andasse così”.
Aspettative dal Festival?
Sono tranquillo, non mi aspetto niente, vado a fare quello che faccio sempre e basta. Per quanto riguarda il genere, non è una scelta così ragionata, è semplicemente uscita così. L’unica scelta più ragionata, relativa la canzone, è più sulla struttura, quindi aver dato spazio ai ritornelli, che magari nelle canzoni che faccio io di solito rimane un po’ più statica, perché a me piacciono i ritornelli anche un po’ più ‘cantautorali’. Cioè che non deve risultare musicalmente piacevole basta, ma che va a dire qualcosa.
Cosa rappresenta questa occasione per te?
Sanremo per me è come se fosse un tirocinio, perché faccio musica da tutta la vita, ma senza una particolare attenzione addosso, poi ora piano piano sta arrivando questa attenzione qua e quindi sento anche la pressione di giocarsela bene. Non sono qua per cercare di fare la popstar, faccio quello che farei a prescindere. Poi se arriva il riscontro, il successo ok ma vorrei gestirla in maniera tranquilla.
Conoscevi già Sanremo?
Sanremo è molto seguito in Tunisia, se non sbaglio anche in Albania. La generazione di mia madre che del ’64 ha sempre potuto vedere Rai 1 non si è persa una edizione. Molte delle parole in italiano che sanno questi popoli è anche grazie alla tv italiana. Quando Carlo Conti ha confermato che ero nel cast ho chiamato mia mamma, che era in Tunisia in quel momento. Però peccato perché tra cugini, amici, parenti, non possono votare dalla Tunisia!
Si parla anche di pace nella tua canzone, come mai?
Sono un sognatore, quindi spero in un mondo tranquillo e unito. Siamo tutti uguali, ma spesso lo dimentichiamo. Quindi questa immagina è il classico simbolo di non violenza. Un signidicato per dire ‘Possiamo fare qualcosa, forse’. Perché tanto qua ci vogliono tutti allo scontro. Alla fine chi ci marcia non siamo noi che andiamo a manifestare, ma chi ci sta sopra. Io non sono un rivoluzionario, faccio una canzonetta, poi magari qualcuno la interpreta come vuole o gli viene voglia di far qualcosa, io comunque ci sono.
Silvio Berlusconi è citato con “l’Italia che amo”, dal famoso discorso della discesa in campo. Perché hai preso questo riferimento?
Mi affascinano tutte le vicende che riguardano la Prima Repubblica, ma proprio per un fine: capire cosa è successo, per capire poi quello che succede adesso e quello che accadrà. Perché alla fine la storia è circolare. Conoscere la storia ci consente di capire le dinamiche di quello che accade. Tutte cose che magari scopriremo tra 50 anni sveleranno i segreti di Stato. Non sono eventi che ho vissuto in prima persona, ma li ho studiati.
Ti inserisci sull’onda lunga della scuola genovese attuale da Olly a Bresh, come mai questo successo?
Non mi sono mai interrogato il perché e il per come. Quando vedo che le cose girano bene, così mi mi fa piacere e basta, sono contento. Poi allo stesso tempo mi sembra di notare che comunque la musica che facciamo è si genovese, ma è molto anche nazionale. Non si ha una narrazione ‘romantica’ di Genova però ci sono dei punti di contatto che poi riguardano tutta l’Italia.
A 19 anni sei arrivato a Milano, poi sei tornato nella tua città Genova. Cosa è accaduto?
Milano rappresentava, nel mio piccolo, il sogno americano. Così con alcuni amici ci siamo ritrovati a Milano, abitavamo a Sesto Rondò. Siamo stati sfortunati perché abbiamo beccato il lockdown in pieno. Quindi abbiamo vissuto a Milano per un po’, poi sono tornato a Genova. Io sono dell’idea che le cose vanno come devono andare, sono anche contento che non sia andata bene.
Pregi e difetti del sistema musica?
Purtroppo questo è un mondo che ti riempie di attenzioni, anche in maniera, secondo me, sbagliata. È facile perdere il rapporto con la realtà e quindi diventa l’ennesimo pupazzetto viene un po’ usato e poi finisce nel nulla. Cioè a me va bene se finisse domani, non importa. Però almeno vivo con la consapevolezza di gestire in prima persona certe dinamiche. La mia vita è la mia vita a prescindere, da quante persone dicono che sono bravo.
Hai mai tentato la strada del talent?
Ho fatto anche io dei provini per il talent, come ad esempio Nuova Scena di Netflix. Ma non mi hanno preso. Poi mi hanno richiamto ma non me la sono sentita. Con tutto il rispetto ovviamente perché non voglio giudicare in alcun modo, però nella mia testa è sempre stata un po’ come dire, me la ‘tengo come ultima spiaggia, se non ho più carte da giocare vado, tanto non ho niente da perdere’. Allo stesso tempo l’unica cosa che non condivido magari di quel tipo di contesti è che è intrattenimento, però non viene comunicato come tale. Viene fatto passare lo storytelling di uno che si sveglia e può diventare famoso grazie al talent, come X Factor o altri. Ovviamente poi non è così. Poi ci sta anche a sognare, non voglio veramente mancare di rispetto a nessuno, anzi.
Sei nato da madre tunisina e padre italiano a Genova. Cosa ne pensi dello ius soli, hai vissuto direttamente o indirettamente questa situazione?
Non è una cosa che ho vissuto su me stesso, perché io ho avuto la fortuna di nascere a Genova e quindi di essere italiano dalla nascita, poi mio padre è italiano, ma è una dinamica che ho vissuto. Conosco persone anche della famiglia che devono andare in Questura a fare i rinnovi del permesso di soggiorno, un iter burocratico lunghissimo che inizia alla notte o alla mattina prestissimo. Una follia. Insomma non si respira una bella aria. Ti pesa il doppio perché in quei momenti pensi ‘devo far la fila per dimostrare che cosa, che sono qua, che posso stare qua”. È brutto andare in Questura quando ormai vivi, lavori in Italia da anni e hai il percepito di non essere accettato come italiano in questo Paese. Ovviamente mi dispiace, spero che si possa un attimo, snellire il sistema.
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