Scienza e tecnologia

Google paga 135 milioni per mettere a tacere una causa contro Android sulla raccolta di dati personali

C’è una lunga causa di tribunale che coinvolge Google e il suo sistema operativo Android, che parte da un’accusa piuttosto pesante: la raccolta di dati senza un consenso chiaro. Una questione che tocca un nervo scoperto, quello della gestione dei dati personali, sempre più centrale quando si parla di dispositivi che restano accanto a noi tutto il giorno.

Il colosso di Mountain View ha ora deciso di chiudere la questione con un esborso importante, evitando così di arrivare a un processo vero e proprio. La causa puntava il dito su comportamenti ritenuti poco trasparenti nella gestione delle connessioni, anche quando lo schermo risultava bloccato o le app dell’azienda venivano chiuse.

Il patteggiamento raggiunge quota 135 milioni di dollari, circa 125 milioni di euro, e rappresenta un passaggio cruciale in una causa collettiva nata negli Stati Uniti. L’intesa, depositata presso il tribunale federale di San Jose, attende ancora l’approvazione del giudice prima di diventare definitiva.

Gli utenti coinvolti, ossia chiunque abbia utilizzato un dispositivo Android dal 12 novembre 2017, sostengono che il sistema operativo trasferisse dati cellulare acquistati dagli operatori anche in condizioni in cui ci si aspetterebbe il contrario: app Google chiuse, condivisione della posizione disattivata, telefono bloccato.

Secondo la causa, quei dati alimentavano lo sviluppo dei prodotti Google e le attività pubblicitarie, configurando una sorta di “appropriazione” di risorse pagate dagli utenti. Google ha negato qualsiasi illecito, pur accettando l’accordo per evitare il processo fissato per il 5 agosto.

Nell’intesa compare anche un impegno concreto: l’azienda non trasferirà più questi dati senza un consenso esplicito durante la configurazione iniziale dei telefoni. Inoltre introdurrà un toggle più semplice per interrompere la raccolta e inserirà spiegazioni più chiare nelle condizioni d’uso di Google Play.

Il compenso massimo per ogni membro della class action è fissato a 100 dollari, mentre gli avvocati dei querelanti potrebbero richiedere fino al 29,5% del fondo totale, pari a 39,8 milioni di dollari, per le spese legali.

Le malelingue insibuerebbero che il fatto che Google abbia deciso di pagare una cifra simile la dice lunga sul suo reale coinvolgimento, ma la questione è ancora più generale di così. Ormai le big tech sono talmente big che per loro infrangere le regole è a volte più vantaggioso che rispettarle, perché anche l’eventuale ammenda non rappresenta un problema. E questo è un problema.


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