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Marta Del Grandi – Dream Life: La stella milanese che incanta :: Le Recensioni di OndaRock


Una delle pregevoli qualità di Marta Del Grandi è quella di non dare nulla per scontato. E il suo nuovo lavoro, “Dream Life”, ne è la conferma, grazie a un equilibrio perfetto tra art-pop e sperimentazione, cantautorato e arrangiamenti sempre coinvolgenti e punteggiati da spunti e capovolgimenti imprevisti. Insomma, dopo le già ottime prove di matrice principalmente folk, la musicista fa ora dell’eclettismo artistico non solo una fonte creativa da cui attingere, ma il suo punto di forza.

Da queste premesse non era affatto scontato mantenere una visione di fondo così coesa, ma l’ottimo lavoro in fase di produzione e l’attenzione dedicata a ogni singolo dettaglio nella composizione di testi e arrangiamenti arginano il pericolo di una raccolta sfilacciata. Ma, più di ogni tipo di lavoro di rifinitura, a permettere la fluidità in una tracklist così sfaccettata è la camaleontica spontaneità con cui Del Grandi compie le sue metamorfosi sonore abbracciando generi differenti anche all’interno dello stesso brano. Pop, funk, jazz e una spruzzata di musica progressiva trovano infatti un’eccezionale e briosa sintesi in “Antarctica” e nella robustezza ritmica di “Neon Lights”. E questa dimensione giocosa emerge ancor più chiaramente nella title track, dove riflessioni dal potenziale politico trasformativo vengono rivestite da un mantello di leggerezza folk-pop e accompagnate da un ironico videoclip. Le sperimentazioni con la strumentazione elettronica, invece, conducono la cantautrice milanese al pulsare inquieto di “20 Days Of Summer” e agli spazi dilatati in cui sono immersi il duetto con Fenne Kuppens (“Some Days”) e l’avvolgente nuvola strumentale “Gold Mine”.

Due brani, però, si distinguono come i due piccoli capolavori compositivi di questa raccolta, che confermano Marta Del Grandi come una delle più originali e ardite autrici attive negli ultimi anni in Europa. La straordinaria mini-sinfonia chamber folk “Alpha Centauri” condensa in quattro minuti e mezzo descrizioni folk e un afflato epico sulla scia delle recenti prove narrative dei Black Country, New Road. Qui lo slancio estatico viene acceso dall’impianto orchestrale che illumina i toni del brano come se fosse lo specchio terrestre del sistema stellare che dà il titolo alla composizione. Dall’impatto emotivo immediato è invece la ballata che chiude la raccolta. Inizialmente scarnificata e progressivamente arricchita dai fiati e dalla batteria, “Oh My Father” esplora con ludica commozione la complessità della relazione genitore-figlia/o e del suo evolversi nel tempo. Del Grandi non poteva trovare note più delicate – e semplicemente belle – per chiudere “Dream Life”, riportando chi ascolta alla profonda materialità di quella che è per molte persone una delle relazioni fondanti del loro esistere.

Si tratta dunque di un disco che parla di sogni ma anche di realtà e piccole cose quotidiane e lo fa con uno spirito musicale raffinato e creativo che incanta sempre di più ad ogni ascolto. A conferma del fatto che, talvolta, il confine tra mondo onirico e realtà è più labile di quello che si creda. Discernere tra i due reami diviene dunque una questione di punto di vista o, meglio, del proprio posizionamento nei confronti del mondo, che, come ci insegnano Adrienne Rich e Donna Haraway, rimane sempre e comunque anche un atto politico.

If nothing is real
Can I take control?
Do any of my actions matter at all?
If I could go back in time
do it all over again.

Dream life, how can you tell if it’s real?
Oh let me see it through your eyes
don’t make it disappear!

01/02/2026




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