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La confraternita come modello – il Giornale

Al piano di sopra, lontano dalla festa, c’è una stanza chiusa. Non è segreto. È normale e chi ci entra sa già come muoversi. Nessuno chiede, nessuno guarda davvero. Una ragazza è seduta sul letto. Ha bevuto troppo e ride in modo impreciso, come se il corpo fosse mezzo secondo in ritardo rispetto alla voce. Un ragazzo della confraternita le parla, le dice: “Qua siamo tutti amici”. È una frase rituale, vale come un giuramento al contrario. Questa è una scena di “Le regole dell’attrazione”, il film di Roger Avary tratto dall’omonimo romando di Breat Easton Ellis. Se si vuole capire il potere, e i suoi scandali, bisogna partire da qui. Il segreto non è il sesso. È l’impunità. Se le cose vanno davvero male l’accortezza è trovare un capro espiatorio, quello che paga per tutti. Non è necessario che sia un Dio. Nelle grandi università americane, quelle che producono presidenti, giudici, banchieri e editorialisti morali del mondo, l’educazione sentimentale delle classi dirigenti non passa solo per i libri. Ci sono le confraternite, scuole di silenzio. Si entra giovani, spesso ricchi, quasi sempre convinti di meritare il mondo. Si impara che esiste un dentro e un fuori, che la lealtà vale più della verità, che il corpo degli altri è una valuta, che il potere non è un’idea, ma una rete. Jeffrey Epstein, finanziere e pedofilo, ha replicato la confraternita. Il suo mondo non è un’anomalia. È lo specchio sporco dell’America che comanda. È un ecosistema morale. La grande bugia americana è che tutto questo sia una deviazione. Non lo è. È il risultato coerente di un sistema che educa le sue classi dirigenti a non guardarsi allo specchio, o a guardarsi solo da lontano. L’America lo ha sempre fatto e sapeva nascondersi.

I Kennedy, solo per fare un esempio, avevano la stessa morale. Solo che allora le élites sapevano governare le masse. Non è più così. Adesso l’aristocrazia si è presa perfino il privilegio delle masse senza vergogna. I veri shameless sono principi e miliardari.


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