Tre libri: Hard Pop, Gatsby e L’intersezionalità al cinema | Recensioni letterarie

Partiamo dal collettivo Okina Sagi e dal suo Hard Pop (Mille Battute Edizioni). Chiamarlo erotismo è un eufemismo per anime belle. Questo è porno. Ma è un porno che trascende l’atto, che si fa metafisica del desiderio e della depravazione. Okina Sagi non ci regala carezze, ci sbatte in faccia un’esplorazione transoceanica dove il corpo è l’unica mappa rimasta. C’è una lucidità brutale nel modo in cui viene descritto l’odore del sesso, il sapore del sudore che sa di sconfitta e di rivalsa. È un viaggio tra bordelli dell’anima e stanze d’albergo anonime, dove la carne viene celebrata nella sua verità più cruda, lontana dalle patinate finzioni dei siti mainstream. È porno catartico, una sberla che ti ricorda che siamo ancora esseri pulsanti, fatti di sangue e pulsioni che nessuna morale borghese potrà mai davvero recintare.
Dalla carne cruda di Okina Sagi passiamo al luccichio ingannevole di Nicola Manuppelli che, con Gatsby. Lezioni fuori rotta su un classico americano (Jimenez Edizioni), ci porta a spasso tra i fantasmi di Fitzgerald. Manuppelli non fa il professore dal pulpito; fa il detective privato in un caso di omicidio collettivo: quello del Sogno Americano. Jay Gatsby viene spogliato dei suoi abiti di lusso e restituito alla sua essenza di uomo ossessionato, un povero diavolo che insegue una luce verde che è solo il segnale di un naufragio imminente. Dietro le feste di West Egg non c’è gioia, c’è lo stesso vuoto vorace, la stessa “umanità guasta” che Okina Sagi descrive nei suoi amplessi più estremi. Manuppelli ci sussurra che siamo tutti barche controcorrente, condannati a desiderare ciò che ci distruggerà. Un’analisi febbrile che trasforma un classico in un diario clinico della nostra disperazione moderna.
Infine, arriviamo al rigore chirurgico di Francesca Pili e al suo L’intersezionalità al cinema (Catartica Edizioni). Se Okina Sagi ci parla del corpo e Nicola Manuppelli del mito, Pili ci spiega come questi corpi e questi miti vengano manipolati dalla grande macchina visiva. È un saggio che usa il cinema come un bisturi per analizzare razza, classe e genere. Un lavoro necessario, che spazia dal genio visionario di Born in Flames al body horror sociale di The Substance. C’è però un “ma”, grande come una casa cinematografica. L’autrice sceglie una linea politica netta, quasi militante, trasformandosi in una bussola utile per chi vuole capire come il cinema possa ancora essere un atto di resistenza. È un libro che serve a chi ha smesso di guardare i film solo con gli occhi e ha iniziato a guardarli con la coscienza. Un punto di partenza necessario, anche se parziale, per capire che ogni volta che si accende un proiettore, si sta decidendo chi ha diritto di esistere e chi deve restare nell’ombra.
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