Friuli Venezia Giulia

Le subculture della Trieste che fu, una ribellione perduta. Dai tamarri ai punk

01.02.2026 – 07.00 – Possono ancora esistere, ai tempi di Internet, le subculture? Lo scrittore di fantascienza e futurologo Bruce Sterling argomentava in uno dei saggi di ‘Parco giochi con pena di morte’ (Mondadori, 2001) come Internet avesse de facto ucciso l’underground, sterminato le subculture: nel momento in cui nasceva infatti un nuovo movimento, un sito Internet o i primi Social ne diffondevano la notizia, impedendo che rimanesse in quell’oscurità condizione necessaria perché una subcultura assuma una sua forma, una sua identità. Una nascita di una subcultura, ai tempi di Internet, prevede nell’immediato la sua popolarità con video, reel, posti sui Social e così via: non c’è il tempo necessario per un’evoluzione organica. E tuttavia, a distanza d’oltre vent’anni, è difficile negare come le subculture siano riemerse in diverse forme: forum chiusi, gruppi privati, movimenti underground. Il tribalismo dopotutto caratterizza Internet e le subculture si inseriscono alla perfezione in ciò. Tuttavia sono scomparsi quei costumi, quei vestiti e accessori nei quali un tempo i giovani si identificavano: la subcultura rimane come traccia digitale, non fisica.
A Trieste, fino a qualche decennio fa, era ancora possibile incontrare qualche punkabbestia gironzolare presso la stazione dei treni: giubbotto di pelle, vestiti stracciati, cresta e cagnaccio al guinzaglio. Oggigiorno invece le subculture sono pressoché scomparse, i gruppuscoli giovanili sembrano in larga parte assenti.

Occorre tornare indietro agli anni Ottanta onde trovare a Trieste una nutrita presenza di gruppi giovanili e subculture: tamarri, punk, paninari e goth. Appare difficile comprendere cosa sia moda e cosa sia adesione sincera a un modus vivendi anticonformista: come sempre le subculture attirano simpatizzanti e turisti attorno a un nucleo duro di sinceri credenti.
Il Meridiano, sebbene col tono scandalistico caratteristico di quegli anni, ne scrisse il 13 dicembre 1988, delineando una geografia dei gruppi giovanili triestini.

Si parte coi tamarri, dei quali se ne osserva l’ossessione per la moda, in particolare il “chiodo“, ovvero il giubbetto in pelle, i jeans stracciati e le scarpe modificate con le punte d’acciaio. A Trieste “girano un po’ dappertutto, il loro ambiente naturale, comunque, è la discoteca”.
Non si può parlare poi di anni Ottanta senza citare i paninari, subcultura ultra conformista e consumista che si vestiva di abiti in apparenza della classe lavoratrice, ma tutti griffati e molto costosi. Il giubbotto da aviatore tipo bomber, il giaccone colorato, gli americanissimi jeans e ai piedi gli stivali da mandriano, le Timberland o le scarpe sportive. A Trieste i paninari studenti appartenevano di solito al Carli, Da Vinci e Sandrinellli e si trovavano al Big Ben o alla Capannina nelle serate in discoteca, mentre i paninari adulti preferivano l’Euforia o il Mister Charlie.

La Trieste del 1980 assisteva anche una diffusione in pompa magna delle palestre e della cultura dei muscoli, coi primi gruppi di culturisti. Il body building prendeva piede anche come essere identitario. Voleva invece far rivivere i fasti degli anni Cinquanta il movimento dei Rockabilly che a Trieste “è piuttosto sparuto, ma è possibile vederli apparire nell’area della discoteca Fashion”. Una sottocultura caratterizzata da un’adorazione del gande Elvis: “ciuffo sulla fronte e chili di brillantina, jeans, gilet, eventualmente un foulard al collo, e grossi stivali scuri a punta”. Rientra invece nella categoria dei bikers odierni, ma certo più estrema la sottocultura dei gamblers, giovani in motocicletta che a Trieste organizzavano motoraduni al Ferdinandeo. Il loro modello erano film quali ‘Easy Rider‘, sempre in sella ai ‘chopper‘ americani.

Sembrano invece maggiormente triestine le sottoculture degli intellettualoidi, descritti come coloro che “amano tutto quello che ha sapore di antico e di vecchio” e dunque “perfettamente a loro agio, attorno ai tavolini, negli angoli più remoti del Caffè San Marco (sicuramente la ristrutturazione di questo provocherà loro un trauma paragonabile a quello del mollusco scalzato dalla sua roccia)” e i portizzari, in sostanza giovani ricchi e figli di imprenditori e industriali, il cui nome derivava dall’aperitivo “a mezzogiorno e poi nel tardo pomeriggio, prima di cena, consumato al banco del bar alla Portizza“, senza però disdegnare “trasferte al Caffè degli specchi o al Tergesteo”.
Goth e Dark erano anch’essi presenti a Trieste: catene con croci, rosari, anelli e naturalmente vestiti neri conditi dal cerone bianco in faccia. A Trieste erano di casa alla discoteca Fashion, ma “nel giorno di chiusura del locale pubblico, è possibile vederli la sera in piazza Goldoni”.

Non sarebbe infine possibile scrivere di subculture senza menzionare i punk e i metallari. Nel primo caso i punk erano presenti a Trieste già dai primi anni Ottanta; di solito con jeans stracciati, anfibi neri e giubbotto di jeans o pelle. “A Trieste si incontrano in piazza Goldoni anche di giorno, al Fashion d’estate, nelle sagre sull’altipiano per via del loro spiccato amore per la birra”. Particolarissimo, in conclusione, il caso dei metallari che, secondo i giornalisti dell’epoca, era un fenomeno rionale: “le bande più numerose si riuniscono ad Altura e a Borgo San Sergio“. Infatti “esistono anche complessi musicali nostrani come gli Steel Crown (corona d’acciaio) e i Madsword (spada pazza), ma la maggioranza dei metallari preferisce isolarsi ad ascoltare gli idoli tradizionali”. Inoltre “a Trieste c’è però un dato sconcertante: sono sempre più numerosi i fan bambini, fanatici dell’heavy metal già a dodici anni”.

[z.s.]




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