Salute

“I giovani di adesso, gli under 30, sono devastati. Oggi non ci si dice più un ca***, il silenzio viene interpretato come atto di ribellione ma non è così. ‘Il dolore crea l’inverno?’L’ho scritto in ospedale”: Matteo Porru si racconta

“Nell’immaginario collettivo ho esordito a 16 anni ieri sera su Rai1 con Maurizio Costanzo”. Se oltre al talento, alla forza di volontà, alla costanza, c’è una dote che Matteo Porru ha, è l’ (auto)ironia. Ad ascoltarlo sembra di essere di fronte ad un giocoso stand up comedian che sa raccontare con garbata poesia le sue emozioni e i suoi pensieri. A 24 anni ha già una mezza dozzina di romanzi all’attivo – due con Garzanti (Il dolore crea l’inverno, Il volo sopra l’oceano); la conduzione di un programma Rai sui libri (Itaca), alcune opere teatrali (segnatevi: Cobalto); una laurea in filosofia dell’economia; apparizioni nei tg e nei talk (DiMartedì). Eppure l’immagine di Matteo, con quel sorriso disteso e solare, è cristallizzata ancora in quella dell’adolescente uscito dal tunnel di una drammatica malattia che ha necessitato dieci anni di pesantissime cure come racconta il documentario Matte, uscito proprio un anno fa su RaiPlay. “Ero convinto che da grande avrei fatto il pilota”, spiega Porru a FQMagazine. “Con mio nonno ci piazzavamo sul perimetro dell’aeroporto di Cagliari per vedere quei bestioni di aerei che decollavano. Mi venivano i brividi: quegli aerei pesavano tonnellate e in 30 secondi, dopo essersi staccati da terra, diventavano piume. È una grandissima metafora della vita”.

Si racconta che quando andavi a scuola desideravi dialogare più con gli adulti che con i compagni…
“Per la vita che avevo avuto ero infinitamente più vicino agli adulti. Da bambino avevo già visto diverse terapie intensive. Pikachu non era il mio metro di vita. Alle elementari facevo il tempo pieno e in mensa mi sedevo di fianco alla maestra. Chiacchieravamo di tutto e di più anche lontano dalla scuola. Gli insegnanti per me sono stati amici e mentori di vita. Purtroppo la scuola italiana è piena di casi che certificano il contrario. Giro come ospite le scuole da dieci anni, ogni tanto mi fermo e dico: ma questo come fa ad insegnare?”

Di solito è sempre colpa degli ragazzi…
I problemi sono due: genitori e insegnanti, comunque sempre i grandi. E c’è una cosa che mi dà i nervi. Mi chiamano a scuola e gli insegnanti mi dicono ‘così li sproni’. Devo farlo io? Ma fallo tu che sei un insegnante, li vedi otto ore a settimana. Comunque la scuola a me ha dato tutto, è stata l’università a distruggermi.

Prego?
È l’esatto opposto di tutto quello che deve essere oggi. Premessa: ho fatto l’università durante il Covid, un ateneo d’eccellenza con numero chiuso a Venezia. Mi aspettavo professori mentori, ma non ne ho avuto neanche uno. Sai quando attendi un buon boccone e non ti arriva per tutto il pasto? In pratica l’università è un laureificio. Anche io mi sono laureato e volevo pure fare il docente universitario, ma per dirla alla David Foster Wallace: è stata una cosa divertente che non farò mai più.

Hai iniziato a pubblicare il tuo primo romanzo a nemmeno quindici anni…
L’editore l’ho trovato credendo che l’abito facesse il monaco. Finita la scuola, il sabato pomeriggio, mi vestivo da amministratore delegato di sta m….a, andavo nello studio di papà, stampavo i miei raccontini, li pinzavo, e andavo in giro per Cagliari a venderli. Mi dicevano di tutto: non ho spiccioli, dov’è la mamma, lo vuoi un gelato. Volevo autodeterminarmi: ho una voce, guardatemi.

L’ospitata da Maurizio Costanzo a 16 anni com’è arrivata?
Ero stato prima da Licia Colò su Tv2000 per una comparsata. Era il 2017 ed era appena uscito The mission (La Zattera). Avevo ancora ciuccio in bocca. Poi mi chiama lui. Costanzo è stato un gigante. Ci siamo scritti per un lungo periodo. Mi ha lasciato una grande frase che porterò sempre con me: non mi interessa se sei un enfant prodige, a me piace che hai i tuoi sogni chiari. Lo dirò ai miei figli, quando li avrò.

Poi ha bussato Garzanti…
Il giorno dopo aver vinto il Campiello giovani con Talismani (2019) mi arrivano tre mail, da tre importanti editori. Pensa a un trittico ed è quello. Il primo manda una mail arzigogolatissima e molto barocca,: se hai materiale mandalo. Il secondo è più minimal: se hai qualcosa da farci leggere siamo contenti di leggerlo. Poi arriva Garzanti e mi scrivono: “Congratulazioni per la vittoria Matteo, il racconto è splendido e tu te lo meriti. Che ne dici se uno di questi giorni passi per Milano ci prendiamo un caffè e parliamo dei tuoi sogni?”. Hanno vinto a mani basse. Una settimana dopo sono lì, nella casa editrice di Pasolini. Il gruppo Gems diventa una famiglia con relazioni soprattutto umane. Con loro non sei un ISBN, ma una persona che viene seguita, incoraggiata, in cui credono”.

Il dolore crea l’inverno era già chiuso?
C’era già. L’avevo scritto mentre ero ricoverato in ospedale in Germania, Parliamo di una vita prima. Ci ero e ci sono legatissimo. Dissi all’editore: “Vi sto dando un pezzo del mio cuore”. Se ne sono presi cura sul serio.

Il dolore crea l’inverno è un romanzo straordinario…
L’ho scritto quando ero circondato dal bianco dell’ospedale e non avevo niente. Il protagonista Elia Legasov (un uomo che vive solo, vicino al mare di Kara e di mestiere fa lo spalaneve di un piccolo paese ndr) è frutto della disperazione più profonda provata in vita mia.

Legasov beve spesso alcol ad altissima gradazione che gli corrode le budella, mentre fuori c’è questa neve e questo ghiaccio che intirizziscono la sua pelle…
Questa differenza di gradi la sentivo all’ospedale Bambin Gesù quando portavano la colazione con il carrellino del latte caldo. Era imbevibile perché bollente. Pensavo: sento un freddo tale qua dentro, niente mi riscalderà, poi bevevi questo latte bollente che ti faceva bruciare lo stomaco. Ho pensato spesso a questo contrasto. Elia è la mia carne. L’ho scritto con la flebo attaccata alla mano. L’ho inventato nel 2014 e il romanzo è uscito nel 2023.

L’ultimo capitolo, per ora, del libro Porru è Sofia: hai postato su Instagram il suo primo messaggio…
Posso dire una cosa? Detesto Instagram. È un social dell’immagine, mentre Facebook è social della parola. Io, scrivendo, sono molto più legato alle parole che alle immagini.

Torniamo a Sofia…
Mi ricordo che ero in viaggio per presentare Il volo sopra l’oceano e mi arriva una mail per presentare il libro a Novi Ligure, ma dalla libreria non mi coprivano il costo del viaggio. Ho risposto allora che sarebbe stato difficile. Succede quindi che torno a casa, pranzo con mia madre e cito Novi Ligure e lei mi fa: ci devi andare. E perché mai? Sei nato il 21 febbraio del 2001 il giorno del delitto compiuto da Erica e Omar (a Novi Ligure ndr). Rispondo alla mail: vengo. Mi arriva il messaggio di Sofi ed era uno tra mille. La faccio breve: cancellano un treno e mi vengono a prendere ad Arquata Scrivia. Esco dalla stazione e vedo la cosa più bella del mondo. Lei era in piedi con i pantaloni verde scuro, una camicia leggera celeste e con una certa voluminosità sulle spalle, i capelli tirati giù leggermente mossi.

La letteratura finalmente ha creato l’amore…
A Novi Ligure sondo se è già fidanzata. Scopro di no. Lei inizia a presentare il libro e io mi innamoro perdutamente. Andiamo a cena insieme a Gavi, poi saliamo sul forte e ci baciamo. Il giorno dopo devo ripartire per andare a Trieste e lei viene con me. Abbiamo iniziato la relazione girando l’Italia.

Matteo Porru e il romance.
Non leggerei mai quella roba là. Non sono contenuti miei, non lo sarebbero stati in nessun momento della mia vita. Io sono il giorno, questa roba la notte. Però per molti ragazzi il romance è il loro primo libro. Quindi non mi interessa molto cosa legge un ragazzo, basta che legga. Se funziona, ha un pubblico e il lettore si appassiona continuando a leggere e sviluppando altri tipi di interresse per altri libri, ben venga il romance. Se vende 5 milioni di copie consente al mio editore di riuscire a sopravvivere senza che io sia un best seller.

In Il dolore crea l’inverno alla decima riga ci piazzi i copechi: quanto ti ha influenzato la letteratura russa?
C’è molto Cechov in quello che scrivo. E visto che vado fiero di scrivere per il teatro, la forma più nobile che esista, più della letteratura, aggiungo che i dialoghi di Cechov sono pietre miliari.

Libri del cuore?
Adoro i 44 racconti di Hemingway, il primo Pavese quello di La luna e i falò. Uno che non ho mai capito davvero, e sto riscoprendo con Sofia, è Italo Calvino.

Tremano i muri della storia…
Sono stato traumatizzato dall’aver dovuto leggere da ragazzino Il barone rampante. Anzi, da questo libro e da Lo scudo di Tanos di Valerio Massimo Manfredi. Per finire Tanos ho fatto una fatica mostruosa. Calvino, invece, era troppo complesso da far leggere a un ragazzino. È infinitamente più nobile di come lo vogliono spiegare ai ragazzi. L’ho sfogliato ancora di recente e molte cose non capite a 15 anni ora le ho capite.

Come si possono appassionare i ragazzi alla lettura?
Fargli fare una gita in libreria e dirgli: scegliete un libro, ma quello che volete. Vanno lasciati liberi. A scuola dare come compito la lettura è il più grande deterrente al lettore che sarà quel ragazzo o ragazza tra anni. Il più grande errore della scuola è che la lettura viene impostata come un compito, quando invece è un piacere. Quando gli insegnanti mi dicono “gli faremo leggere i tuoi libri” e io gli dico: no, fermi, non fatelo!

C’è una crisi esistenziale nelle nuove generazioni?
I giovani di adesso, gli under 30, sono devastati. Oggi siamo immersi in un post post individualismo tremendo dove le chiacchierate si fanno davanti alla Playstation. Quando andavo al liceo io c’era ancora una discussione partecipata, ci si parlava. Oggi non ci si dice più un cazzo. Vedo molto silenzio che viene interpretato come atto di ribellione ma non è così. I giovani sono al centro del mondo solo quando ne muore uno o si va a votare. È una cosa molto triste. La retorica è diventata così importante nel messaggio che si lancia da diventare oscena.

Una delle principali accuse è quella di una scarsa reazione a ciò che accade nel mondo…
C’è una passività crescente nella vita, a cui siamo stati allenati. Avevamo le cuffie con il filo che costavano venti euro, ma hanno inventato quelle senza filo che ne costano 200. Queste poi si scaricano, le buttiamo e ne dobbiamo sempre comprare altre. Ci stanno semplificando ed eliminando sempre di più i problemi in modo tale che senza problemi pensiamo di vivere meglio, ma in realtà siamo più schiavi. Poi alla fine ti aspetti che l’adulto cerchi di farti da guida, ma l’adulto c’ha il 17Pro.

Hai parlato di un soggetto che ci obbliga a compiere determinati gesti: a chi ti riferisci?
Alla tensione del progresso del mondo. Sia chiaro: senza il progresso dei farmaci sarei morto a due anni, però il progresso è una cosa meravigliosa se si capisce da dove arriva, perché arriva e soprattutto cosa ce ne facciamo. Vedo come una sorta di progresso passivo che non mi piace. Il progresso è diventato capitalismo. Ogni cosa che arriva nuova non importa se sia meglio o peggio, basta che sia nuova. Il progresso a mio avviso va normato perché ho paura che tra 50 anni il mondo sarà più liofilizzato, meno vero, sempre meno vivo.


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