“La mia community è un esperimento sociale riuscito” – Torino Oggi

Andrea Vuolo, 34 anni, meteorologo e divulgatore. Come è nata questa passione?
Arriva da quando era bambino. In seguito mi sono diplomato all’Istituto Tecnico Aeronautico Carlo Grassi di Torino per poi laurearmi in Fisica dell’Ambiente e del Sistema Meteo Climatico. Dopo la laurea nel 2016 ho iniziato a fare questa professione che porto avanti ormai da dieci anni.
Dove hai iniziato?
Ho cominciato a lavorare in 3B Meteo e da sei anni sono in Rai Meteo. Mi occupo di clima e ambiente per il Tgr Piemonte e Valle d’Aosta, principalmente opero sul format “Buongiorno Regione” dove ho la mia rubrica dal lunedì al venerdì. Inoltre collaboro a stretto contatto con i giornalisti, quando è necessario un approfondimento per servizi televisivi o articoli web. In Rai siamo un team di 15 meteoreologi regionali sparsi per quasi tutte le regioni d’Italia.
Oltre alla tv c’è altro.
Sì. Ho questa attività parallela partita dalla pagina Facebook “Andrea Vuolo – Meteo in Piemonte” aperta qualche anno fa. La pagina nel tempo è cresciuta molto diventando una vetrina del mio lavoro. La divulgazione mi ha fatto crescere come social media manager, tanto che oggi qualcuno mi definisce un “Meteo influencer”.
Cosa ti appassionava da bambino?
Sono nato e cresciuto a Ciriè e oggi vivo a Nole. La passione me l’ha trasmessa mio nonno, perito chimico. A livello amatoriale tutti i giorni si segnava la minima e la massima su un taccuino e spesso nel parlare uscivano fuori racconti di nevicate degli anni ’50 e ’60. Da lì ho iniziato a seguire i programmi in Tv. Da “Che tempo fa” su Rai 1 con Guido Caroselli, passando per la consultazione del Televideo., il primo giornale che sfogliavo tutte le mattine. Ma consultavo spesso anche le previsioni del gruppo Epson Meteo che lavorava per Mediaset.
Oltre a Caroselli, c’è qualche meteorologo a cui ti sei ispirato?
Sicuramente il colonnello Mario Giuliacci, un riferimento per tutti i meteo-appassionati della mia generazione. Ma anche Luca Mercalli che seguivo a “Che tempo che fa”, il programma di Fabio Fazio, nato come programma di divulgazione ambientale con un rubrica che la domenica durava anche dieci minuti dove si spaziava non solo su previsioni, ma anche su didattica e curiosità.
E da lì…
E da lì ho cominciato a comprarmi i primi strumenti già dalle scuole medie. Da quasi vent’anni rilevo dati meteo con strumenti professionali riconosciuti dall’Organizzazione Meteorologica Mondiale. Comincio ad avere una serie storica importante di dati.
Il meteo riguarda tutti, ma pochi lo sanno interpretare. Cosa rende difficile una previsione?
Parliamo di un sistema come l’atmosfera che per sua natura è caotico. Dipende fortemente dalle condizioni iniziali di studio del sistema. Il fatto che non ci siano ancora dati sufficienti della comunità mondiale, già determina un errore intrinseco che i modelli matematici e fisici vanno a incrementare a livello esponenziale nel tempo. L’Italia, poi, ha un’orografia complessa. E il Piemonte è una delle regioni dove risulta più complicata la previsione del tempo.
Spiegaci meglio.
Il Piemonte ha le colline del Po in mezzo alla regione con le Langhe, il Roero e il Monferrato. Oltre a questo è coperta su tre lati dalle Alpi che arrivano anche oltre i 4.000 metri. Un’orografia molto caratteristica, con microclimi molto diversi da vallata a vallata. Servono tanti anni di esperienza, tante misurazioni. Cerco infatti di stimolare enti e rappresentanti della comunità a raccogliere dati sui territori, installando strumentazione per migliorare il monitoraggio e creare un agglomerato di dati più diffusi e capillare.
Attorno a te si è creata una community di appassionati. Ti fa piacere?
Mi fa molto piacere, un risultato inaspettato. Tra Facebook, Instagram e Telegram siamo quasi 150 mila follower. La chiave è essere costanti e l’avere acquisito una certa credibilità scientifica. Ho sempre cercato di divulgare la materia, molto complessa, a livello popolare per renderla il più possibile accessibile a tutti. Molti utenti ora mi mandano video e informazioni. Questo mi permette di avere dei segnalatori da tutta la regione.
C’è stato un momento particolare in cui la tua pagina è “esplosa”?
Il boom della pagina è avvenuto durante la pandemia da Covid nel gennaio 2021, quando c’erano le restrizioni. Per lavoro potevo uscire e facevo delle dirette o dei collegamenti sia a livello televisivo che social in montagna durante le nevicate. Le persone erano a casa col cellulare, avevano tanto tempo libero, vedevano i miei video delle nevicate. La vera esplosione però è arrivata l’anno scorso, nel 2025 con l’alluvione di aprile. Questo perché ci sono state diverse giornate in cui i fenomeni meteo erano piuttosto estremi e hanno portato tanti follower. L’anno scorso la mia pagina Facebook ha fatto 106 milioni di visualizzazioni.
Oltre all’alluvione, quali sono stati gli eventi più significativi del 2025?
Abbiamo avuto diverse grandinate notevoli tra luglio e agosto, ondate di caldo spropositate a fine giugno e nel periodo di Ferragosto con temperature arrivate a 30 gradi a 1.400 metri di quota. In generale stiamo registrando anni molto caldi, gli ultimi quattro sono stati consecutivamente i più caldi da oltre due secoli. Ci stiamo ormai abituando a vedere caratteristiche estreme in ogni stagione. Manca la neve in pianura, ce ne dobbiamo fare una ragione. Si va sempre più verso una tropicalizzazione.
Quanto è importante essere informati sul clima in questo periodo di cambiamento?
Molto. La parola d’ordine per i prossimi decenni è adattamento. Stiamo sperimentando un clima che non ci appartiene. E il cambiamento è molto più rapido rispetto a quanto si prevedesse 20 o 30 anni fa. Bisogna imparare le basilari regole di auto protezione civile. Saper interpretare un bollettino meteo, sapersi informare e dove. Sui social ci sono miriade di pagine gestite da persone che non sono del settore che generano una mole di informazioni fuorvianti per i non addetti ai lavori che sono il 99,5% della popolazione. Bisogna scovare i millantatore e i negazionisti, ma anche, dall’altro lato non mettere tutto nel calderone del cambiamento climatico.
Cosa intendi?
Non confondere la meteorologia con la climatologia. Non bisogna dire: “Oggi piove con cinque gradi, è colpa del cambiamento climatico”. Anche nell’Ottocento, a Torino, poteva succedere un fenomeno simile. La climatologia si riferisce a dati che sono di almeno 30 anni. Non possiamo confondere un giorno con un trentennio.
Che rapporto hai con chi nega il cambiamento climatico?
Sono sempre molto aperto al dialogo e al confronto. Lo scienziato non si può permettere di negare il confronto a chi magari la pensa in modo diverso. Nonostante i dati parlano chiaro e il 99,9% degli scienziati sui mille appartenenti all’IPCC (il panel internazionale sul cambiamento climatico) abbiano ormai confermato che il cambiamento climatico in corso non solo ci sia, ma sia antropogenico, ancora oggi ci sono migliaia di persone che negano. Anche alcuni addetti ai lavori, ma sono un gruppo molto sparuto. Questi due o tre si portano dietro i pecoroni. Finché la chiacchierata rimane in toni educati, io posso anche rispettare la critica. Quando si passa alla mancanza di rispetto non ci sto più. Purtroppo prendere di mira la comunità scientifica sta diventando una brutta piaga sociale.
Cosa che non succede nella tua community…
Assolutamente no. C’è quasi una auto regolamentazione. Non c’è bisogno che sia io a redarguire qualcuno. È una comunità quasi fisica: mi sembra di toccare con mano l’umanità. Lo reputo un esperimento sociale riuscito. Con molti si è creata quasi un’amicizia. Questo rapporto di fiducia porta spesso molte persone anche a difendermi.
Qual è il profilo dell’hater tipico?
I commenti peggiori e più pesanti arrivano da persone attempate, over 60. Questo fa male, soprattutto perché spesso ci si scaglia contro i giovani, quando i denigratori di oggi sono persone che potrebbero essere i nonni dei nostri nipoti.
Qual è il tuo rapporto con i social?
Mi sono sempre piaciuti e ci sono da sempre. Ho cominciato con Netlog prima di passare a Facebook. Negli ultimi anni sta cambiando l’approccio, ormai li uso prevalentemente per lavoro.
Quanto conta la tecnologia?
Bisogna tenere conto di due aspetti: uno positivo, uno negativo. Da una parte ha migliorato le performance, sopratutto negli ultimi dieci anni, dei modelli matematici che di fatto sono le basi per le previsioni del tempo. L’attendibilità media sui 3-5 giorni è decisamente migliorata.
Quale l’aspetto negativo?
Con l’avvento delle app, le pagine di divulgazione e i siti internet la meteorologia è diventata quasi un’ossessione. La parola “Meteo” è la seconda più cliccata in Italia dopo “calcio”. A causa delle app l’utente è stato educato male a pretendere il dettaglio non solo temporale, ma anche spaziale della previsione. Un dettaglio che è però impossibile da poter fornire. La previsione oraria è scientificamente inutile, a meno che non sia a due o tre ore di distanza.
E con l’intelligenza artificiale?
Anche con l’intelligenza artificiale e il deep learning ci saranno grossi passi avanti, ma la previsione rimarrà sempre previsione, non precisione. Ci sarà sempre un grado di errore che aumenta esponenzialmente man mano che ci si allontana dallo stato iniziale.
Cosa consiglieresti al meteorologo del futuro?
Deve avere una conoscenza multidisciplinare siccome il mondo sta accelerando in maniera incontrollata. E soprattutto imparare a comunicare a tutti per fare in modo che la meteorologia possa entrare nelle case, nelle piazze. La meteorologia italiana, in questo senso, è rimasta molto indietro. Dal mio punto di vista è troppo accademica, quando c’è una forte esigenza di conoscenza.
Mentre nel tuo futuro?
Ho in mente la creazione di un portale di meteorologia piemontese, una sorta di giornale di informazioni meteo, con cronaca, previsioni, aneddoti e che raccolga i dati di tutte le strumentazioni a livello regionale. Si chiamerà Meteo in Piemonte e dovrebbe essere pronto entro l’estate. Stiamo inoltre creando una società per la la fornitura di servizi meteo nei più diversi campi.




