Immortalità digitale, i giovani italiani tra curiosità e paura: Eurispes rivela timori per lutto irrisolto e dipendenza dai deadbot. Millennials e Gen Z chiedono regole contro il mercato della disperazione

La ricerca Eurispes su “Il mercato dell’immortalità. Nuova società, nuove sensibilità” dedica un focus specifico ai giovani italiani, in particolare Millennials e Generazione Z, per analizzare atteggiamenti, resistenze e opinioni verso l’immortalità digitale.
I dati qualitativi e quantitativi descrivono uno scenario polarizzato, in cui curiosità tecnologica e desiderio di sperimentare convivono con forti timori emotivi ed etici. Una parte consistente del campione mostra interesse verso le potenzialità dei deadbot come nuova forma di relazione postuma e come possibile strumento di memoria familiare.
La stessa indagine evidenzia però che l’intenzione concreta di utilizzare un deadbot di un proprio caro o di creare il proprio avatar post mortem resta mediamente bassa, con molti giovani attestati su posizioni dichiaratamente prudenti o apertamente scettiche.
La dimensione del disagio emerge con particolare forza quando i partecipanti riflettono sulla dissoluzione dei confini tradizionali tra vita e morte prodotta dall’interazione continuativa con repliche digitali dei defunti.
La possibilità di dialogare in modo bidirezionale con un agente virtuale che simula voce, stile comunicativo e ricordi di chi non c’è più viene percepita come una “presenza non viva”, capace di mettere in crisi i rituali di separazione sanciti dal funerale e dai percorsi di lutto condivisi nelle comunità.
Il deadbot viene spesso descritto come un “simulacro tecnologico” che rischia di confondere la distinzione tra memoria e relazione reale, alimentando l’illusione di poter prolungare indefinitamente un legame che, sul piano esistenziale, si è già concluso.
Lutto, consenso e identità digitale
La possibilità che i deadbot interferiscano con una sana elaborazione del lutto rappresenta uno dei nodi più sensibili messi in luce dallo studio.
Molti giovani temono che la disponibilità costante di una replica digitale favorisca forme di attaccamento disfunzionale, isolamento sociale e vera e propria dipendenza emotiva dall’agente virtuale, con il rischio di trasformare il dolore in una presenza cronica anziché in un processo di rielaborazione.
La letteratura clinica richiamata nel rapporto viene percepita dai partecipanti come plausibile: il deadbot viene visto come un possibile ostacolo al “lasciar andare”, soprattutto in caso di lutti traumatici o avvenuti in giovane età. Alcune voci riconoscono un potenziale uso “terapeutico” dei deadbot, ma solo entro percorsi strutturati e sotto la guida di professionisti, arrivando a ipotizzare una regolamentazione assimilabile a quella dei dispositivi medici.
Una fortissima sensibilità riguarda il tema del consenso informato e della tutela dell’identità digitale post mortem.
L’idea che familiari o terzi possano creare un deadbot senza una volontà esplicita espressa in vita viene interpretata come violazione della memoria e del “corpo informazionale” del defunto, più che come semplice problema di gestione dei dati personali. Molti partecipanti invocano il diritto a “non essere trasformati in un bot”, sulla scia delle proposte dottrinali di clausole tipo “do not bot me” o “do not resurrect”, e chiedono strumenti giuridici chiari per impedire resurrezioni digitali indesiderate.
Parallelamente si registra una marcata resistenza a progettare la propria replica digitale: la prospettiva di diventare deadbot viene percepita come una presenza simbolica ambigua, sospesa tra commemorazione e simulazione, con il rischio di consegnare ai posteri un’immagine idealizzata e parziale di sé.
Regole, scuole e tutela del benessere
La richiesta trasversale che emerge dai giovani riguarda l’introduzione di regole chiare, limiti etici e forme di supervisione istituzionale sul mercato dell’immortalità digitale.
Molti intervistati criticano esplicitamente il rischio di un “mercato della disperazione”, in cui operatori privati possano monetizzare la vulnerabilità delle persone in lutto attraverso modelli di business basati su abbonamenti, versioni premium e strategie di fidelizzazione emotiva.
La prospettiva che i deadbot diventino canali per raccogliere dati sensibili o veicolare messaggi pubblicitari personalizzati viene giudicata incompatibile con il rispetto della dignità del defunto e con la tutela del benessere psicologico degli utenti.
La sezione conclusiva del rapporto insiste sulla necessità di un quadro regolatorio capace di affiancare allo sviluppo tecnologico codici etici, organismi di vigilanza indipendenti e trasparenza sulle finalità d’uso dei dati e dei modelli di intelligenza artificiale. Le implicazioni educative appaiono rilevanti per il mondo scolastico, che si trova a operare con generazioni abituate a forme di “intimità a distanza” e sempre più esposte a servizi di afterlife digitale.
Un ruolo attivo delle scuole nella alfabetizzazione critica su lutto online, gestione dell’eredità digitale e consapevolezza dei rischi psicologici dei deadbot può contribuire a fare in modo che la diffusione di questi strumenti non sia guidata solo da logiche di mercato ma da un equilibrio tra innovazione, diritti e benessere psicologico di studenti e famiglie.
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