Liguria

Da Niscemi ad Arenzano, la geologa Isella: “Basta stupore per le frane, ora serve prevenzione”

Genova. La disastrosa frana di Niscemi in Sicilia risveglia le coscienze sul dissesto idrogeologico in Italia, come sempre accade dopo le catastrofi. E mentre la politica litiga sulle risorse da destinare all’emergenza (che alcuni vorrebbero sottrarre al contestato ponte sullo Stretto) nella fragile Liguria vanno in scena i battibecchi sull’Aurelia ad Arenzano, spezzata in due per il crollo di una montagna che si sbriciola da anni senza che nessuno abbia ancora trovato una soluzione. Ne abbiamo parlato con Luana Isella, vicepresidente dell’Ordine dei geologi della Liguria, che nella Provincia di Savona era stata anche consigliera delegata alla viabilità.

Per dinamica e tipo di territorio, può accadere o è già accaduta in Liguria una frana come quella di Niscemi?
La geologia della Liguria non è quella della Sicilia. Dalle immagini vediamo un altopiano formato da argille di origine pliocenica sormontato da sabbie. In Liguria questo tipo di geologia non esiste. Noi non abbiamo altipiani, abbiamo linee di costa molto ridotte con versanti a inclinazione molto elevata. Abbiamo problematiche geomorfologiche importanti, ma non simili.

Però quella vicenda, fatta di allarmi ignorati per anni e mancata prevenzione, può insegnarci qualcosa?
È una lezione che vale per tutti e che viviamo anche noi. È una storia comune dell’Italia in generale. I disastri naturali nella storia sono tanti, ma cominciamo a renderci conto che c’è bisogno di un piano per combattere il dissesto idrogeologico nel 1966: ci ricordiamo tutti le immagini dell’alluvione di Firenze. Da quell’anno la comunità scientifica si mette a disposizione per una mappatura delle fragilità. Nel 1998 si verifica la frana di Sarno e nasce la legge sui piani di bacino. Si inizia a fare una sorta di pianificazione degli interventi. Ma pur conoscendo le criticità, perché sono dati ai quali qualunque cittadino può accedere, non si è mai accoppiato un piano di prevenzione. Si è sempre lavorato in emergenza. In Liguria possiamo citare la frana sull’Aurelia ad Arenzano, ma anche le falesie che stanno crollando a Camogli e Bogliasco, Capo Noli, Varigotti, Monesi. Tutte situazioni che conosciamo, sappiamo esattamente dove sono le zone fragili, eppure ogni volta ci stupiamo. Siamo nel 2026, dobbiamo iniziare davvero a intervenire.

Ha citato la frana sull’Aurelia: anche in quel caso è noto da anni che il versante è pericoloso e ancora si discute della galleria paramassi…
Quando si tratta di opere che riguardano la viabilità, in questo caso l’unica che collega Arenzano a Genova, bisognerebbe riuscire a dare priorità a quelle che sono le necessità. Capisco che un intervento possa piacere o non piacere, ma l’interesse pubblico è dominante. Quei 2mila metri cubi sull’Aurelia potevano veramente provocare una strage. Per fortuna non è successo, ma adesso bisogna fare scelte veloci. Non si possono perdere altri anni. E gli anni si perdono per due motivi. Il primo: decidere quale intervento fare. Il secondo è la competenza: spesso succede che i terreni siano privati, non è chiaro chi deve fare cosa. Ma, quando si ha a che fare con la viabilità statale, difficilmente si può dare a un privato la responsabilità di un versante. Bisogna intervenire a livello normativo.

Però secondo alcuni tecnici quella galleria paramassi non avrebbe risolto il problema. Qual è la soluzione migliore?
Bisogna anzitutto avere una conoscenza precisa della situazione geomorfologica del versante. A quel punto si possono prevedere interventi misti: in una zona le reti, in un’altra un muro, in un’altra la paramassi. Quello che è necessario è cambiare mentalità e approfondire, fare analisi anche post intervento. Andare a vedere cosa succede dove è stato realizzato un intervento vicino può aiutare a studiare l’intervento successivo.

Luana Isella

Luana Isella, vicepresidente dell’Ordine dei geologi della Liguria

Secondo dati Ispra, in Liguria ci sono più di 13.500 frane censite e oltre 105mila persone (il 7% della popolazione) vivono in una zona a pericolosità elevata o molto elevata, senza contare le aree alluvionali. È meglio investire in opere di mitigazione o iniziare a spostare altrove quei residenti?
A seconda del grado di pericolosità si può valutare se conviene intervenire per mitigare il rischio. Esistono situazioni ad alto rischio dove molto spesso nessun intervento riesce as essere risolutivo ed è necessaria una delocalizzazione. La Regione Liguria aveva già fatto questo discorso per le zone alluvionali, riconoscendo una premialità a chi ricostruiva fuori da un’area esondabile in fascia P3, la più pericolosa. Questa strada in effetti può essere quella risolutiva. È chiaro non è semplice da attuare, non è banale per i singoli proprietari, uno magari investe per la propria abitazione e poi si trova ad andare via. Ma in un caso come Niscemi la delocalizzazione è l’unica soluzione.

Però Niscemi è un insediamento storico, e immagino che non manchino gli esempi simili dalle nostre parti…
In Liguria il caso più eclatante è Balestrino. Servirebbero finanziamenti corposi per interventi generalizzati. Impossibile pensare che i singoli possano intervenire.

Sempre dalla Sicilia sono arrivate immagini di mareggiate devastanti, con onde mai registrate prima nel Mediterraneo, fino a 16 metri. Anche la Liguria ha contato gravi danni nel 2018. Che fare: costruire opere di difesa ovunque, magari alterando per sempre l’ecosistema, o allontanare gli insediamenti umani dalle coste?
Difficilmente si può dire che eventi del genere non si verificheranno più, siamo davanti a un cambiamento climatico che è giusto citare, perché questi fenomeni estremi stanno diventando comuni. Oggi, nelle mappe di pericolosità idraulica, abbiniamo anche la pericolosità costiera da mareggiata ed esistono regolamenti appositi. È chiaro che bisognerà ricostruire in maniera resiliente. Sulle opere di difesa costiera si apre un mondo. Una volta si ragionava sulle dighe soffolte, che hanno sempre funzionato bene, ma in realtà non sono più ammesse in tutti i casi. Però sappiamo che è giusto cominciare a mettere in campo interventi a mare, che si tratti di barriere, tomboli, geotubi o altre soluzioni. Anche perché le mareggiate sono una componente nel pericolo di crollo delle falesie.




Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »