Il rabbino Moscati: «Noi, ebrei stanchi di guerra: attaccati e messi da parte»
Intervista al rabbino della comunità ebraica del Sud Italia a Napoli, Cesare Moscati, l’apertura sulla guerra: «Gli Ebrei sono per la pace. Giusto ci sia uno stato palestinese, ma insieme, non al posto di Israele»
Siamo a Napoli. A pochi passi dal centro c’è vico Santa Maria a Cappella Vecchia. Risalendo una scaletta, ci si trova tra mura antiche, palazzi d’epoca, angoli caratteristici. Lì è la sede della comunità ebraica del Sud Italia, il centro che ha giurisdizione per Campania, Puglia, Calabria e Sicilia.
Ad accoglierci, il rabbino Cesare Moscati. Insieme a lui inizia la visita alla Sinagoga. È del 1860. Al suo interno rotoli della Bibbia, pergamene scritte a mano, il matroneo riservato alla preghiera delle donne, libri e oggetti sacri. Poi ancora la sala del convitto con la bandiera israeliana, le sale conferenze, la biblioteca. E prima di arrivare nel suo studio, davanti al Chanukkiyah, il tradizionale candelabro a 9 braccia, inizia il nostro “a tu per tu”: storia e religione, tra un passato che non può essere dimenticato e un presente che non può non essere raccontato.
Rabbino Moscati, qual è il significato simbolico del Chanukkiyah?
«Ogni anno viene acceso alla “festa delle luci”. Ricorda l’occupazione greca di Israele. Imposero di non studiare né mettere in pratica l’ebraismo e, tra le altre cose, avevano profanato il Sacro tempio di Salomone, mettendo delle statue all’interno (le immagini sono vietate nella Bibbia, per noi è idolatria). Poi però ci fu una rivolta e dopo qualche anno gli ebrei riuscirono a scacciare via l’esercito greco. All’interno del tempio trovarono un’ampolla d’olio (lì doveva stare sempre una luce accesa) che miracolosamente durò 8 giorni. In ricordo di questi, noi accendiamo le 8 candele più una che noi chiamiamo Shamash. Serve per accendere le altre».
“È sempre vivo il ricordo del benemerito presidente Dario Ascarelli che generosamente volle donare alla comunità israelitica queste mura sacre all’eterno”. Chi è l’Ascarelli il cui nome è scritto su questa lapide?
«Dario Ascarelli, papà di Giorgio Ascarelli, fondatore della società calcistica del Napoli. Lui era venuto da Roma subito dopo l’Unità d’Italia e l’apertura dei ghetti a Roma e ha aperto una fabbrica di tessuti che ha avuto un enorme successo. È stato un grande benefattore per napoletani ed ebrei. Così come lo era anche Giorgio. Che non solo ha costituito la società, ma ha costruito ospedali, anche lo stadio del Napoli che durante la guerra fu bombardato dagli americani. Gli ebrei in quel periodo non erano molti, circa una trentina. Ma è stato un pilastro, insieme a Rothschild».
Lei è di Napoli?
«No, sono di Roma, ma vengo ogni venerdì, sabato e domenica. Per le funzioni e in occasione di altre attività. Sono tre anni che sono qui. Il collega che c’era prima è stato spostato a Torino».
Ma che fa un rabbino?
«Si occupa di ciò che riguarda le funzioni, l’andamento delle preghiere, le lezioni e qualsiasi altra evenienza da parte di un iscritto. Celebra i matrimoni, i funerali. Lo scopo è quello di dirigere spiritualmente la propria comunità. Essere a disposizione di tutti».
Cos’è invece quella lista di nomi sull’altra lapide all’ingresso?
«Ricorda gli ebrei che sono morti nei campi di concentramento. Erano fuggiti da Napoli, ma sono stati presi nel nord dell’Italia. A Napoli non furono presi gli ebrei, perché i nazisti scapparono dopo la rivolta del popolo. Non fecero in tempo a deportarli. Mentre poi il 16 ottobre (1943, ndr) a Roma ci fu la prima grande deportazione. Loro erano fuggiti proprio pensando di stare più al sicuro. Vede? Pacifici Luciana… lei era una bambina. Aveva un paio di anni. Ogni 27 gennaio viene ricordata qui a Napoli».
Cosa organizzate per la giornata della memoria? Come la vivete?
«È curioso, può sembrare strano, ma in questa giornata non organizziamo mai niente. Nessuna comunità ebraica. Sono gli altri che organizzano. Noi siamo invitati, partecipiamo alle iniziative. Per noi il giorno della memoria è il giorno del disastro. Shoah ricorda non solo i morti durante la guerra, ma soprattutto la rivolta nel ghetto di Varsavia. Che poi è stata una delle poche rivolte degli ebrei contro i nazisti. Il significato è quello di non essere delle persone inermi. Quello che è successo è qualcosa di inconcepibile. Ma anche da parte ebraica, ci furono pochissime rivolte, quasi niente. Come capretti al macello».
Forse se hai un fucile puntato addosso è difficile.
«È difficile, ma è inimmaginabile. E lo vediamo ancora adesso, con quello che sta succedendo in Iran, con l’Isis in Siria, dove vengono freddati uno dietro l’altro».
Dopo la visita alla Sinagoga, arriviamo nel suo studio.
Signor Moscati, parliamo della comunità. Quanti siete?
«La nostra è l’ultima a Sud delle comunità ebraiche, è una delle più piccole. A Napoli ci sono circa 100 iscritti, però la giurisdizione del territorio di Napoli comprende Calabria, Puglia, Sicilia e in totale con gli iscritti nel Meridione si arriva a 200 ebrei. Calcolando che a Napoli sono 100 e a Roma 13mila, la nostra comunità è piccolina. Ma ha il territorio più vasto, perché non ce ne sono altre sotto Napoli ed è responsabile di tutto il Meridione. Ci sono delle sezioni, ma fanno riferimento qui. Il discorso degli ebrei del Sud parte da dopo la cacciata degli ebrei dalla Spagna nel 1492, molti vennero in Sicilia. Poi ci fu anche la cacciata dal Meridione nel 1520 circa. Da lì in poi non c’è stato più nessun ebreo, nessuna comunità, fino all’Unità d’Italia.

Eppure c’era una presenza molto forte di ebrei nel Sud, si calcola che solo in Sicilia c’erano circa 30mila ebrei. Un numero enorme se pensa che in tutta Italia adesso si arriva a 25mila. Roma è la più grande, poi c’è Milano. Ancora, ci sono le comunità medie di Torino, Genova, Livorno, Venezia e Trieste. Alcune sinagoghe antiche sono state trasformate in chiese. Ma adesso a Palermo, per esempio, una la stanno ristrutturando per renderla nuovamente Sinagoga. Nel Meridione si trovano un sacco di tracce ebraiche. Ma non ci sono stati mai ghetti. Il motivo è che sono subentrati in seguito. Il primo nel 1550 fu quello di Venezia. Poi ci sono sicuramente anche ebrei che non sono iscritti alla comunità. Noi se abbiamo la possibilità proviamo a rintracciarli».
La Calabria per gli ebrei è importante per il cedro di Santa Maria, giusto?
«Esattamente. Serve per la “festività delle capanne”. È il ricordo dei 40 anni nel deserto in cui gli ebrei vissero appunto nelle capanne. È usata la palma insieme a un ramo di salice, di mirto e il cedro. Nella Bibbia è chiamato “Il frutto di bello aspetto e di odore bellissimo”. Per i nostri maestri era proprio il cedro: bello da vedere, da sentire e da mangiare. In questa occasione si ricerca il migliore. Fra tutti i posti dove cresce, il migliore pare essere proprio quello di Santa Maria».
Lei è mai stato in Calabria? È venuto a Santa Maria del Cedro?
«Certo. Spesso e volentieri. Vengono fatte delle attività, degli incontri anche con il sindaco. E nel periodo che precede questa festa, decine e decine di rabbini, soprattutto dall’America, da Israele vengono per raccogliere questi frutti e poi rivenderli in tutte le comunità ebraiche nel mondo. La cosa interessante è che noi qui a Napoli ciò che serve lo prendiamo da Roma: la carne kosher, per esempio, i vini. E acquistiamo anche il cedro, che arriva da Israele, ma, in realtà, viene da Santa Maria del Cedro. Noi poi li mandiamo anche ad alcuni ebrei del Meridione, tra cui, cosa curiosa, uno che vive proprio in Calabria. Praticamente questo cedro fa un giro assurdo per tornare lì».
Senta, e come sono le intese con l’Italia?
«Diciamo che l’Ucei, l’Unione delle comunità ebraiche italiane ha fatto già un concordato con lo Stato in cui sono riconosciuti alcuni diritti. Per esempio, se si lavora nel pubblico, è permesso non lavorare il sabato e nelle feste per poi recuperare durante le altre giornate. Nelle scuole, facendo le dovute richieste, ci può essere l’esonero. Non sono considerate assenze e se il professore lo ritiene, si può recuperare durante la settimana. Il cibo kosher viene dato in qualsiasi struttura pubblica. Ci viene garantito il libero culto, senza nessun problema».
«Senz’altro sì. Gli israeliani così come i palestinesi. La pace la vogliono tutti. Ci sono da una parte e dall’altra brutalità, interessi. Ma il popolo di Israele vuole vivere tranquillo. Il 7 ottobre certamente è stata la più grande tragedia dopo la Shoah. Si calcolano 1200 ebrei morti in una giornata, non era più successo. Io non voglio entrare nelle questioni politiche, non è il mio campo, non sono preparato. E poi sarei anche di parte. Potrei dire che lo statuto di Hamas è quello di distruggere lo stato di Israele e uccidere tutti gli ebrei. Mentre gli israeliani vogliono vivere in pace con i palestinesi. Netanyahu è criticato da molti israeliani. Ci sono state molte manifestazioni. La speranza è che si possa arrivare a una pace.
«È giusto che ci sia uno stato palestinese, ma insieme ad uno stato di Israele, non “al posto”. Spesso quando si grida “dal fiume al mare” significa tutta la Palestina senza Israele. Non si può arrivare a una pace togliendo all’uno o all’altro uno Stato».
Qual è per lei la soluzione?
«Confini riconosciuti, una pace giusta e un accordo, vivendo in amicizia. Sarebbe un bene per tutti. La pace è fondamentale. Perché quando muore un bambino, che sia israeliano o palestinese, provoca dolore. Penso che per la maggior parte degli israeliani è un dolore enorme anche ciò che sta accadendo a Gaza: vittime innocenti, dovute alla colpa di chi? Solo di Netanyahu? Non lo so. Hamas? Senz’altro. Io mi ricordo una frase di una delle presidenti dello Stato di Israele. Disse: “Noi vi perdoniamo quando uccidete i nostri uomini, le nostre donne e anche i nostri bambini. Ma non vi perdoniamo quando ci costringete a uccidere i vostri bambini. Quello non possiamo permetterlo”. Nella coscienza di Israele, ma di ogni ebreo, ripeto, provoca dolore quello che sta accadendo».
Prima diceva che negli ultimi anni anche qui le visite turistiche sono calate. Vi sentite messi da parte?
«Ancora sì. C’è una parvenza di relativa calma adesso. Ma l’antisemitismo è cresciuto in un modo incredibile. Perché la gente non si rende conto. Non distingue tra Israele, israeliani, ebrei. Io sono ebreo, ma sono italiano. Non influisco con quello che accade in Israele. Se Israele si comporta in un certo modo, io posso essere contrario, posso essere d’accordo, ma non ho relazione. Nel calderone però vengono messi tutti. Quindi magari non posso girare con la kippah perché è un pericolo.

L’abbiamo visto. Persone che erano addirittura contro Netanyahu sono state attaccate, malmenate. Sono rimasto colpito quando la funivia, che era qui vicino Napoli, un anno fa, cadde e ci furono 3 morti israeliani. Tra i commenti social leggevo “Vi sta bene”. Dopo qualche ora era venuto fuori che erano israeliani arabi e nei social il discorso è totalmente cambiato. Come se quelle tre vite se erano ebree allora dovevano essere attaccate, se erano arabe, compatite».
Insomma, alcuni non riescono a essere pro Gaza, contro Netanyahu senza essere antisemiti?
«Esatto. Essere ebreo vuol dire automaticamente essere sostenitore di un “genocidio”. Tra virgolette, se paragonato a quello che ha fatto il nazismo. Se volessero fare “genocidio” inizierebbero con gli arabi che stanno in Israele. Perché vede, posso dirlo perché l’ho visto personalmente: all’interno di Israele vivono circa 2 milioni di arabi. Hanno gli stessi diritti e doveri degli israeliani. E vivono tranquilli. Lavorano. Vanno all’università. E poi un’altra cosa si è innescata: il boicottaggio. Sono rimasto impressionato con SodaStream: questo commerciante aveva aperto l’azienda in uno dei territori occupati. È stato boicottato. Ma lì lavoravano per l’80% palestinesi. Anche qui in Italia si sente “boicottiamo questa fabbrica perché ha dei legami con Israele”. Ma poi che succede? 500 famiglie sul lastrico. Se io, ebreo, produco una cosa, dicono “no non la comprate perché è legata al genocidio”. In realtà è legata a famiglie che devono far mangiare i propri figli».
Quindi lei in Italia non esce con la kippah?
«Meglio evitare. Su 100 che incontri magari uno pericoloso lo trovi».
Sventolano insieme le bandiere di Israele con quelle del popolo iraniano in rivolta: che mi dice?
«Noi siamo vicini perché è un popolo che sta soffrendo. I pasdaran stanno facendo una carneficina degli iraniani stessi che non vogliono quel tipo di potere. Prima c’erano delle buone relazioni tra Iran e Israele. Io spero che la maggior parte degli iraniani sia vicino agli isrealiani, agli ebrei così com’è viceversa. La Repubblica islamica è veramente contraria a Israele. Se avesse la possibilità la distruggerebbe, l’ha detto centomila volte. C’era una frase che diceva: “se gli arabi deponessero le armi ci sarebbe subito la pace, se le deponesse Israele ci sarebbe la distruzione”».
Come sono i vostri rapporti con l’Islam?
«Dipende chi è l’Imam. L’altra settimana abbiamo fatto un incontro sulla pace con uno degli Imam più moderati. Lui ha detto pubblicamente che Hamas è un’organizzazione terroristica. Ma non è sempre così. Perché nel mondo islamico esistono diverse sfaccettature. Ci sono gli integralisti. Per carità, anche da noi. Ma si tratta davvero di una minima parte».
Quindi dipende dall’interlocutore.
«Sì. Ci sono varie sfumature. Poi c’è una grande differenza tra noi, gli islamici e i cattolici. Noi non facciamo proselitismo. Non vogliamo che tutto il mondo diventi di religione ebraica. Anzi, a volte facciamo molta difficoltà se qualcuno vuole diventare ebreo. Ciò invece è obbligatorio per l’Islam e un po’ anche nel cristianesimo (ovviamente, dicendo “lo faccio per il tuo bene”, per la salvezza dell’anima).
Per noi due fattori sono importanti: credere nel Dio unico e comportarsi bene verso il prossimo.
Queste sono le due colonne dell’ebraismo. Se vedo un crocifisso non mi tange, non è niente, non mi da nessun fastidio. È una cosa tua. C’era un grande filosofo ebreo che diceva che noi ebrei siamo grati ai cristiani e ai musulmani perché hanno diffuso l’idea monoteistica del mondo, che è uno dei principi fondamentali. Che poi è incredibile pensare che le religioni, per quello che riguarda la carità, la giustizia, il comportarsi bene, sono tutte uguali. Eppure ci facciamo la guerra».
Con i cattolici è tutto ok?
«In linea di principio sì».
Dipende sempre dall’interlocutore?
«A dicembre per noi c’è stata una tappa fondamentale. I 60 anni dall’emanazione della dichiarazione Nostra Aetate in cui si stabiliva che gli ebrei non sono più maledetti, non sono accusati di genocidio o almeno non tutti quelli che vivevano nel periodo di Gesù. Gesù, ricordiamolo, era ebreo ed era seguito da ebrei. Però c’è sempre qualcuno che ancora accusa gli ebrei di averlo ucciso. Che poi anche lì, dal punto di vista storico, andrebbe visto bene dato che c’erano i romani. Poteva essere stato accusato dal sinedrio, dai farisei, ma poi chi ha messo in pratica l’esecuzione non era ebreo. Tra l’altro, se il giorno dopo l’ultima cena era festivo non potevano essere emanate delle leggi di condanna a morte, secondo la religione ebraica. La crocifissione, ancora, non era una morte ebraica, ma romana. Io dico sempre che sì, Gesù è esistito, è stato anche un grande rabbino.

Anzi, a volte scherzo, dico guardate che non è mai entrato in una chiesa, è entrato solo nella sinagoga. E se dovesse entrare in una chiesa rimarrebbe sbalordito vedendo tutte queste immagini, tutte queste statue. E certamente, se dovesse venire a pranzo, verrebbe a casa mia, non a casa vostra, perché mangiava kosher. Poi che sia figlio di Dio, non rientra nella nostra mentalità. E non accettiamo che sia il messia. La Bibbia lo dice chiaramente “vedrai il messia quando ci sarà la pace nel mondo”. Dopo 2000 anni non c’è. Parlando con un vescovo una volta disse “è vero, però Gesù tornerà quando ci sarà la pace”. E io risposi: “allora facciamo così, se per voi ritornerà, per noi deve venire, a questo punto aspettiamo insieme e glielo chiediamo: ma eri venuto e non ci abbiamo fatto caso o non c’eri mai stato?”».
«Il punto è che vogliamo tutti la stessa cosa, ma magari da punti di vista differenti: vogliamo che venga il messia, che ci sia la pace. Come arrivarci è un discorso. Però almeno cerchiamo di capirci».
Ultima cosa sull’attualità: da perseguitati a persecutori per una parte degli italiani. Come l’avete vissuta?
«È un cambiamento che ci colpisce».
Vi siete sentiti “traditi”?
«Spesso sì. Sembra un po’ come le leggi razziali. Quando gli ebrei erano estromessi da varie attività. Ci sentiamo bersagliati senza nessun motivo. Ci sono state delle manifestazioni, gli scioperi dei sindacati che magari dovrebbero guardare i lavoratori. Però è un momento particolare, vissuto in modo molto forte. E, sinceramente, credo uno dei peggiori dopo la guerra».
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