Cultura

Le cose non dette: Gabriele Muccino e il melodramma all’italiana

Nel grande schema delle cose (anche quelle non dette) dei film di Gabriele Muccino, vivere è un grande melodramma. Uno in cui la famiglia è più croce che delizia, l’istituzione matrimoniale una gabbia per miserabili, la genitorialità una proiezione di desideri egoistici e rimpianti personali. E in cui il tradimento, il sesso passionale, l’evasione dal proprio io sociale sono tentazioni su cui si fantastica intensamente: colpevolizzanti già nel pensiero, devastanti e mortifere quando effettivamente si attuano, sconvolgendo pesantemente la vita di tutti.

Anche in Le cose non dette (2026), adattamento italiano ambientato a Tangeri del romanzo Siracusa di Delia Ephron, Gabriele Muccino torna al mondo dei borghesi infelici dei Ristuccia. Si tratta di un cognome ricorrente nei suoi film italiani, da Come te nessuno mai (1999) in poi, ma più che strutturare un preciso universo narrativo (Ristuccia lo sono, in vari gradi e modi di parentela, anche i personaggi di Ricordati di me, A casa tutti bene, Gli anni più belli, per citarne alcuni, senza però una linearità precisa), quel cognome è un chiaro espediente per comunicare un immaginario narrativo e cinematografico: quello del melodramma all’italiana fatto di urla, pianti e orchestrazioni musicali cariche di pathos, di borghesi che analizzano talmente tanto le proprie emozioni da diventare vere e proprie maschere — o macchiette — di quella grande messa in scena che è la loro vita.

I Ristuccia, Tangeri e l’illusione della fuga


Pur trattandosi di un personaggio diverso, proprio come in L’ultimo bacio (2001) e Baciami ancora (2010), Stefano Accorsi in Le cose non dette torna a chiamarsi Carlo Ristuccia ed è un docente universitario di filosofia, autore di un libro di successo. Carlo è sposato con Elisa (Miriam Leone), giornalista di Vanity Fair Italia che scrive proprio di relazioni umane, e la loro vita sembra normalmente felice, nonostante gli ostacoli. Almeno per lei. Lui, invece, non è appagato: c’è qualcosa che stride nella normalità coniugale. Ancora una volta, un Ristuccia vorrebbe di più rispetto a ciò che ha e l’occasione per mettere alla prova l’ordine costituito sarà una vacanza a Tangeri insieme a una coppia di amici, anch’essi in rotta di collisione (Claudio Santamaria e Carolina Crescentini), e alla loro figlia tredicenne. Un altro viaggio mucciniano in cui si fugge dalla quotidianità solo per ritrovare, ancora più forte di prima, il proprio caos relazionale.

Come a ribadire che da quel calvario non c’è scampo, le testimonianze che introducono Le cose non dette collocano il film nell’orizzonte del noir: un’aula di interrogatorio in cui alla memoria dei fatti segue la visione degli eventi precedenti. Non è proprio la stessa cosa della voce narrante de L’ultimo bacio, eppure il meccanismo emotivo che travolge i personaggi è il medesimo: una profezia nefasta che si autoavvera.

Colpa maschile ed espiazione mancata


Per quanto Le cose non dette sia polemicamente più afono verso le malizie dei suoi personaggi rispetto ad altri film di Muccino (per chi, davvero, si sta parteggiando e perché?), il regista obbliga anche qui l’esasperazione del melodramma all’italiana a fare i conti con la problematica espiazione delle colpe maschili. Se, infatti, nei melodrammi di Raffaello Matarazzo popolari negli anni Cinquanta, come Catene (1949) e Tormento (1950), il desiderio socialmente perturbante era quello di donne che, pur di sentirsi amate, sacrificavano se stesse sull’altare dell’istituzione matrimoniale, Muccino ripropone invece, in Le cose non dette come nel resto della sua filmografia, quell’auspicata espiazione sotto forma di domanda — mai davvero risolta, forse per questo continuamente riproposta — rivolta soprattutto ai suoi protagonisti uomini. Divisi tra una moralità familiare ereditata e castrante e una devianza passionale che li illude di potersi autodeterminare, si convincono di esercitare un ipotetico libero arbitrio senza conseguenze. Ma nulla, nei film di Muccino, è davvero certo: solo le emozioni. Da quelle si può sempre cominciare. E ricominciare ancora.


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