Uffa che barba!, Uffa che nervi!”. Due libri per dire “evviva le bambine che rompono gli zibidei

Uffa che barba!, Uffa che nervi!, Giulio Fabroni, Sinnos
“Che tipa, Uffa. Guardate la sua faccia: non serve certo spiegarvi perché la chiamano così, vero? Tutti la conoscono, e spesso qualcuno le chiede se Uffa sia il suo vero nome.”
In realtà il vero nome di Uffa è Ulfa, ma lei non sopporta di raccontare perché l’hanno chiamata così, sarebbe una storia troppo lunga e sentimentale, dice lei. Segretamente non le dispiace il nome Ulfa anche perché significa “lupa”, ma a tutti dice di non sopportarlo. Per l’uso pratico preferisce dire a tutti Uffa che le offre il lusso di una sola risposta a quasi tutte le domande.
Un’altra cosa da sapere di Uffa è che non si è mai svegliata di buon umore un solo giorno della sua vita. Attenzione, mica vuol dire che è antipatica o che bisogna starle alla larga, anzi c’è da dire che Uffa è una tipa davvero avventurosa e piena di idee: con lei non ci si annoia mai, ma bisogna tenere in considerazione il suo carattere.
Uffa non vede l’ora di diventare grande perché la vita da bambine è una cosa noiosa. Si va a scuola a studiare cose che secondo lei sono inutili e bisogna chiedere permesso per tutto, insomma bisogna sempre aspettare e a lei questa cosa non piace affatto.
Ed è inutile dirlo, ad Uffa ne succedono di tutti i colori. In “Che nervi!” viene colpita da un nervonembo che si scatena sulle persone che si arrabbiano con un temporale, e il temporale si offenda al punto che decide di rispondere (a spiegarlo ad Uffa è il suo amico Emilio).
In “Che barba!” ad Uffa cresce la barba perché ha preso una strana poltiglia fabbricata da un’impiegata dell’anagrafe. Però alla fine non le va nemmeno tanto male perché dei professoroni la mandano direttamente all’università, Uffa si laurea in barbologia e le vengono assegnati addirittura due assistenti.
Che Giulio Fabroni avesse una vena ironica lo avevamo intuito dalla lettura del suo romanzo per adolescenti “Bitels” sempre edito da Sinnos. In questa serie dedicata ai primi lettori abbiamo ritrovato anche la sua penna, il gusto per i giochi linguistici e per le invenzioni stravaganti. In questi due racconti brevi ci pare che la sua capacità di inventare e di sconfinare nel territorio dell’assurdo sia valorizzata a pieno.
Percepiamo grande libertà in questo lavoro, libertà nel dare sfogo alla fantasia nel costruire trame surreali, ci verrebbe quasi da dire di rodariana memoria (ed è chiaramente un complimento).
Siamo molto felici di accogliere Uffa tra gli scaffali, ci piace tantissimo il suo carattere burbero e volitivo, il suo essere una grandissima rompi scatole. Ed evviva le bambine che rompono gli zibidei, quelle di cui si deve diffidare sono quelle ben educate e con le trecce bionde.
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