Lazio

Quello che so del Casale Garibaldi 

Nei giorni scorsi abbiamo assistito e letto di durissime prese di posizione degli attuali occupanti della struttura pubblica nel cuore del quartiere Villa de Sanctis, da tutti conosciuto come il “Casale Garibaldi”.

La struttura pubblica come tante altre presenti a Roma, in base alla delibera 104, sono state messe a bando al fine di toglierle dal limbo delle occupazioni abusive e far rientrare il Comune attraverso canoni agevolati se impegnati a fini Sociali.

Un Bando pubblico prevede una Commissione tecnica ad hoc per verificare progetti e requisiti e stilare una graduatoria per l’assegnazione.

Nel Municipio V la graduatoria ha visto non confermati gli attuali gestori. Immediata è stata la protesta deegli attuali occupanti con annunci di ricorsi al TAR e pesanti accuse al municipio reo, a loro avviso, di aver di fatto avviato l’unico sgombero tra tutti coloro che avrebbero partecipato al Bando Pubblico disposto come detto con la Delibera 104.

Sulla stampa locale e nazionale sono state pubblicate le ragioni dell’associazione presente da anni nell’immobile di proprietà comunale.AbitareA aveva qualche mese fa ospitato un articolo sull’attività del Centro Culturale e il suo rapporto con il territorio.

Adesso, alla luce di quanto sta accadendo e in attesa di ulteriori e definitivi sviluppi, abbiamo voluto ascoltare un’altra versione dei fatti e lo abbiamo fatto intervistando un testimone oculare fin dalla nascita del quartiere che parte dalla realizzazione del PdZ Casilino 23, dal recupero dell’immobile su via Romolo Balzani, allora di proprietà della Provincia di Roma, alla denominazione di Casale Garibaldi e all’inizio delle attività socio culturali con l’assegnazione a più associazioni culturali e sociali del quartiere.

Di seguito la storia del Casale con l’intento di arrivare ad una verità condivisa che impegni i prossimi gestori a rimettere la comunità di Villa de Sanctis al centro del progetto.

STORIA del CASALE GARIBALDI

di  Pino Bendandi (Pres. Naz.le Assoconfam ApS )

«Io sono venuto ad abitare nel Quartiere Casilino 23 (ora Villa de Sanctis) nel giugno del 1976 nella stecca H, la prima ad essere abitata nella mia Cooperativa di case alla fine del 1975.

Le prime case sono state quelle della “stecca” G, la H e la M, poi soprattutto la N perché bisognava dare casa a quelli che abitavano nel vecchio quartiere o villaggio che era “ l’Isola Liri“, case che erano state costruite nel 1939 e di cui è rimasto un esempio la casetta in fondo a viale della Primavera abitata da abusivi.

Quando noi siamo venuti ad abitare nel Quartiere, lo chiamavamo l’isola del fango perché mancava di tutto, soprattutto le strade. Noi primi “residenti” la mattina mettevamo le scarpe dentro una busta e per andare in via Casilina, passavamo attraverso l’orto e il pollaio della casa del contadino che si affacciava sulla strada,  ci cambiavamo le scarpe e poi al ritorno facevamo la stessa operazione.

Ci sono state una serie di altre vicende, ma queste non ci interessano, la parte interessante comincia quando si costituì subito il Comitato di Quartiere perché non avevamo niente e il presidente del comitato di quartiere era un consigliere del PD, allora Partito Comunista Italiano, che abitava nella Cooperativa case dell’AIC, era l’anno 1978.

Le riunioni si facevano nel Casale che allora era ridotto male, anzi prima del casale si facevano in una stanza dove adesso c’è il “parchetto” accanto alla scuola, era l’infermeria e la mensa per gli operai.

Dopo si venne  al Casale. Ci pioveva, era proprio diroccato, fra l’altro si chiama Casale Garibaldi ma non ci sono documentazioni che certifichino un passaggio qui dell’ “Eroe dei due mondi”. Ho avuto occasione di conoscere il pronipote di Garibaldi, che si chiamava anche lui Giuseppe Garibaldi ed era un funzionario, un dirigente dell’ENI. L’ho conosciuto tramite la mia Associazione dei Consumatori per fare le conciliazioni con l’ENI, avevo una certa confidenza con lui e siamo diventati amici. Una volta gli dissi: “senti dove abito c’è un Casale Garibaldi” e lui mi rispose:  “di questo non ne ho mai sentito parlare, c’è un Casale Garibaldi ma all’Eur non nella zona di cui mi parli”.  L’avevo anche invitato a vederlo per sincerarsi, e comunque il fatto che si chiamava Casale Garibaldi ha costretto o ha consentito alla Provincia di mettere mano alla ristrutturazione del Casale Garibaldi insieme ad altri cinque casali della zona. Di questi ne sono rimasti in piedi un paio, questo e quello che sta sulla Nomentana.

Quando hanno iniziato i lavori di restauro ci hanno mandato via dal Casale. Noi oltre a fare nel Casale le riunioni del Comitato di Quartiere per chiedere le strade, scuole e il necessario all’abitabilità, facevano anche dei filmini per i bambini e si faceva animazione, e non c’era assolutamente niente.

La ristrutturazione del Casale è avvenuta in due fasi. Come avete visto il Casale è formato da due parti, una è quella rossa ed è sotto l’intendenza delle Belle Arti; quindi, qualsiasi opera viene fatta, anche piantare un chiodo, è “Codice penale, non è Civile”. A noi non l’Intendenza non ha mai consentito di piantare un chiodo, loro hanno fatto quello che hanno fatto ed è una delle motivazioni per cui noi siamo andati via a suo tempo.

Poi finirono i finanziamenti, e per 6/7 mesi il Casale divenne una specie di oasi del malaffare. Quando noi siamo ritornati e siamo entrati dentro insieme anche con gli scout ed Associazioni varie, raccogliemmo oltre 400 siringhe. C’era una macchina, un paio di motori auto, c’era di tutto.

Furono ripresi i lavori, e nel piano originale della ristrutturazione era previsto di fare da questa parte un manufatto per riunioni, per mostre, per spettacoli. Noi sopperimmo successivamente mettendo il tendone, il famoso tendone che abbiamo poi mandato dove c’è stato l’epicentro del terremoto in Umbria e a Castelfiorito, dove lo hanno utilizzato come sede del Consiglio Comunale per le loro riunioni.

Quando é finita l’emergenza c’è stato restituito il tendone, ma purtroppo mancava un pezzo… ma lasciamo perdere. Durante la fase di “ristrutturazione” del Casale ci sono state delle modifiche, quella parte del lavoro non è stata più fatta ed era invece essenziale per completare il discorso di carattere generale, mancava anche il pezzo di recinzione dalla parte della strada, per cui alla fine anche quello è saltato.

Dell’area del Casale faceva e fa parte anche il parcheggio. Noi avevamo concordato con il Comune e il Municipio (l’ex Sesto, ora Quinto) che se lo prendessero in carico loro perché ogni tanto ha bisogno di essere asfaltato.

Un’altra parte è stata lasciata a quelli della Cooperativa abitativa confinante, perché loro l’avevano già inglobata con un giardino, per cui si è lasciato correre.

Prima che fossero finiti i lavori, ci convocò l’Assessore della Provincia. Le Associazioni che in quel momento erano presenti nel territorio erano cinque, le Acli che avevo costituito nel 1977 sia come Circolo Acli e poi come Cooperativa, poi c’era il Dopolavoro ferroviario che con la cooperativa Deposito Locomotive San Lorenzo aveva cominciato ad essere abitato, l’associazione Pier Paolo Pasolini, quella delle “donne per la Pace” che tutte le volte che ci incontravamo sembravano quelle “della guerra” perché non riuscivamo mai a metterci d’accordo sulle cose, e l’“Associazione Capodarco” rappresentata dal sacerdote padre Monterubbianesi che l’ha fondata e che avevano un appartamento nella Cooperativa dei ferrovieri.

Come dicevo prima, erano gli anni 1983/1984, ci convoca l’Assessore e ci chiede di entrare nel Casale prima ancora che i lavori fossero finiti per evitare l’occupazione e cosa che era accaduto precedentemente. Infatti dall’altra parte c’erano le baracche che stavano abbattendo.

Il Casale era per le Associazioni del territorio l’unico punto di riferimento e di aggregazione di un Quartiere che allora era stimato di 13 mila abitanti, e non era ancora completo perché mancavano ancora gran parte degli abitanti delle Cooperative abitative che sono presenti oggi.

Noi siamo entrati nel Casale e abbiamo cominciato a lavorare, ovviamente all’interno di queste Associazioni siamo stati un esempio, c’erano associazioni di natura diversa, di sensibilità diverse, di credo diverso, ma si trattava di una convivenza nel rispetto reciproco. Ad esempio quando è morto uno dei dirigenti a cui è intitolata anche una stanza dentro al Casale, era dei ferrovieri e io dissi aprendo la riunione: “diciamo una preghiera in ricordo”, subito mi dissero: “ma io non la penso così”, e allora proposi un minuto di silenzio così se uno vuol dire una preghiera la dice, se non la vuole dire fa silenzio.

Abbiamo cercato di fare le cose sulle quali eravamo uniti e concordi, come ad esempio far completare il Quartiere. Sulle cose in cui non eravamo d’accordo le mettevamo in un cassetto e non ne parlavamo perché questo è stato uno dei primi principi.

Noi che avevamo già avviato il “Circolo Acli “ abbiamo avviato anche una serie di “Corsi e di attività”, su indicazione dell’ingegnere Zangrilli, che lavorava al Cerna e che ha sempre frequentato anche il Centro Anziani finché è morto; Sabatini che era un giornalista della RAI, abbiamo portato l’Università della Terza età all’interno del Casale. Con l’Università della Terza età abbiamo fatto tutta una serie di attività molto importanti. Sempre con quel concetto di fare delle cose che ci uniscono, siamo arrivati fino a circa 600 iscritti, sono stati organizzati “corsi di archeologia, di letteratura, di lingua inglese (primo, secondo, terzo livello), ceramica, c’era la porcellana“ e abbiamo lasciato in eredità il forno che ancora funziona e che era costato molti soldi, corsi di ginnastica e ginnastica dolce, tutta una serie di attività circa una ventina di corsi, taglio e cucito.

Successivamente abbiamo fatto anche corsi di fotografia, c’era un gruppo di persone che amanti della fotografia venivano da tutte le parti di Roma e che si ritrovavano qui la domenica per incontrarsi. Chiamai il loro capo e gli proposi di farci un corso, poi gli avevo chiesto anche di fotografare gli alberi più antichi che erano presenti all’interno dell’area. C’erano tre sequoie che sono state fatte vedere in televisione a “Geo”, piante che hanno fatto seccare e sono state tagliate. Noi piantavamo piante dappertutto, facevamo manutenzione, ogni albero aveva un nostro nome, l’Università ci voleva inglobare al loro interno e avevamo un buon rapporto, a livello provinciale e poi regionale abbiamo messo le basi del “Foro del Terzo Settore”, poi la cosa si é conclusa perché volevamo una nostra “autonomia decisionale”.

Dimenticavo il corso più importante “Conoscere l’autore”, è stata un’idea del giornalista Vittorio Sabatini, l’incontro con l’autore consisteva nel chiamare un autore e qui sono venuti tutti, i premi “Campiello”, Dacia Maraini compresa, ma anche altri ancora più famosi della citata scrittrice, a casa mia ho ancora l’elenco di circa un centinaio di incontri di persone con alcuni autori che sono venuti cinque o sei volte, cioè appena loro scrivevano un libro chiedevano immediatamente di venire a promuoverlo, perché trovavano un gruppo di persone interessate, noi ci facevamo mandare il libro e lo studiavamo, poi quando veniva a trovarci si leggevano dei pezzi e venivano fatte delle domande. Non era la solita presentazione come fanno adesso in un gran caffè, in un grande ambiente dove parla solo lo scrittore del libro o quello che gli ha fatto la prefazione, qui era proprio un dialogo, a volte la fila di gente arrivava anche fuori dalla porta.

Altro aspetto non marginale, abbiamo sempre avuto all’interno del direttivo o nell’ambito di quelli che si muovevano, esponenti “Consiglieri” di tutto il mondo politico, mondo cattolico, responsabili settore della Scuola locale e provinciale, sindacale, siamo stati sempre aperti al territorio, qui sono venuti tutti e noi abbiamo accolto tutti.

Questa apertura è terminata con l’insediamento degli “esponenti Cinque Stelle” che hanno fatto cessare ogni dialogo».

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