cosa cambia tra finestre mobili e nuovi esodati
Dal 1° gennaio 2027 andare in pensione in Italia diventerà più difficile. Torna infatti a pieno regime il meccanismo di adeguamento automatico dei requisiti pensionistici alla speranza di vita, previsto dalla riforma Fornero e sospeso dal 2019 soltanto per le pensioni anticipate. Lo studio AdnKronos rivela che ciò porterà ad un progressivo innalzamento dell’età pensionabile e dei requisiti contributivi che, nei prossimi anni, interesserà centinaia di migliaia di lavoratori. A preoccupare sindacati e addetti ai lavori è soprattutto il rischio immediato che circa 55.000 persone possano trovarsi senza reddito pur avendo già lasciato il posto di lavoro sulla base di regole che, al momento della firma degli accordi, apparivano stabili.
Il primo scatto scatterà nel 2027, quando l’età per la pensione di vecchiaia salirà dagli attuali 67 anni a 67 anni e un mese. Nel 2028 l’aumento arriverà a due mesi, mentre dal 2029 si raggiungeranno i 67 anni e tre mesi. Si tratta di incrementi apparentemente contenuti, ma sufficienti a produrre effetti rilevanti su chi ha programmato l’uscita dal lavoro contando su date di pensionamento precise.
Un andamento analogo interesserà anche la pensione anticipata ordinaria. Per gli uomini il requisito contributivo passerà da 42 anni e 10 mesi a 43 anni e un mese nel 2027, per arrivare a 43 anni e tre mesi nel 2029. Per le donne, invece, l’anzianità contributiva richiesta salirà da 41 anni e 10 mesi a 42 anni e un mese, con ulteriori incrementi previsti nei bienni successivi. L’adeguamento, va sottolineato, non introduce una nuova normativa, ma applica un meccanismo già previsto dall’ordinamento, che lega automaticamente i requisiti pensionistici all’andamento della speranza di vita rilevata dall’Istat.
A certificare il ritorno alla crescita dell’aspettativa di vita sono stati i dati demografici 2024 pubblicati dall’Istat il 31 marzo 2025. Secondo l’istituto di statistica, il Paese ha superato gli effetti più pesanti della pandemia e la speranza di vita è aumentata di cinque mesi sia per le donne, che hanno raggiunto gli 85,5 anni, sia per gli uomini, arrivati a 81,4 anni. Questi dati sono già stati recepiti nei sistemi Inps e costituiscono la base tecnica per l’adeguamento dei requisiti a partire dal 2027, come segnalato dalla Cgil.
Il problema più urgente riguarda una platea stimata in circa 55.000 lavoratori che rischiano di subire un vuoto previdenziale. Si tratta di persone che hanno lasciato il lavoro entro il 31 dicembre 2025 aderendo a strumenti di uscita anticipata, con accordi costruiti su requisiti pensionistici che non tenevano conto degli aumenti previsti dal 2027 e dal 2028. In questi casi, lo slittamento dei requisiti potrebbe tradursi in uno o più mesi senza reddito e senza contribuzione.
Una prima categoria è composta da circa 23.000 lavoratori in isopensione, lo strumento previsto dall’articolo 4 della legge 92 del 2012, che consente alle aziende di accompagnare alla pensione i dipendenti con un anticipo massimo di sette anni. Chi ha aderito all’isopensione nel 2022 o nel 2023, sfruttando il periodo massimo di anticipo, maturerà il diritto alla pensione proprio tra il 2027 e il 2028, entrando così nella finestra temporale interessata dall’adeguamento.
A questi si aggiungono circa 4.000 lavoratori coinvolti nei contratti di espansione, disciplinati dall’articolo 41 del decreto legislativo 148 del 2015. Anche in questo caso, chi ha firmato un accordo nel 2022 o nel 2023 con un anticipo di cinque anni si troverà a raggiungere i requisiti pensionistici nel 2027, quando scatterà il primo aumento legato alla speranza di vita.
La platea più numerosa è quella dei lavoratori usciti tramite i fondi di solidarietà bilaterali. Secondo le stime della Cgil, tra il 2022 e il 2024 circa 30.000 persone hanno lasciato il posto di lavoro utilizzando questi strumenti. Di queste, si stima che circa il 70 per cento maturerà il diritto alla pensione tra il 2027 e il 2028, finendo nella fascia più esposta al rischio di scopertura.
Per chi matura i requisiti nel 2027, il vuoto senza reddito sarebbe di un mese; diventerebbe di due mesi nel 2028 e potrebbe arrivare fino a tre mesi dal 2029. “Parliamo di persone che rischiano di restare senza assegno per uno o due mesi, nonostante abbiano rispettato regole che al momento dell’uscita dal lavoro erano pienamente valide”, ha spiegato Ezio Cigna, responsabile delle politiche previdenziali della Cgil.
Questo scenario ha riportato nel dibattito pubblico un termine che sembrava relegato alla fase più critica della riforma Fornero: esodati. Secondo i sindacati, senza un intervento correttivo, potrebbero nascere di fatto dei “nuovi esodati”, lavoratori senza stipendio, senza pensione e senza la possibilità di rientrare nel mercato del lavoro. Si tratta di persone che hanno aderito a percorsi di uscita anticipata nel rispetto delle norme vigenti, ma che si vedono cambiare le condizioni a posteriori.
Il governo ha aperto alla possibilità di un intervento ad hoc. Il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon ha annunciato che l’esecutivo sta valutando una misura di salvaguardia, da inserire in un decreto collegato al pacchetto sugli acconti fiscali. Il costo dell’operazione viene stimato tra i 150 e i 250 milioni di euro. In passato, una delle ipotesi discusse prevedeva di bloccare l’aumento dei requisiti solo per chi nel 2027 avrebbe già compiuto 64 anni, escludendo chi ne avrebbe avuti 62 o 63. Questa soluzione avrebbe ridotto drasticamente la platea dei beneficiari, abbassando il costo annuo a circa 300 milioni di euro, rispetto a un miliardo stimato per una salvaguardia più ampia. Un congelamento totale dell’adeguamento alla speranza di vita, invece, avrebbe un costo di circa tre miliardi di euro, ritenuto incompatibile con i vincoli di bilancio.
La soluzione tecnica alla fine adottata dal legislatore segue l’impostazione proposta dalla Ragioneria generale dello Stato: far scattare almeno un mese di aumento nel 2027 e intervenire attraverso il meccanismo della finestra mobile, cioè il periodo che intercorre tra la maturazione dei requisiti e il pagamento del primo assegno pensionistico.
La Manovra 2026, approvata con un maxi-emendamento a fine 2025, ha stabilito che la finestra mobile per la pensione anticipata si allungherà progressivamente da tre a sei mesi, ma solo a partire dal 2032. Fino al 31 dicembre 2031 la finestra resterà di tre mesi. Nel biennio 2032-2033 salirà a quattro mesi, nel 2034 a cinque mesi e dal 2035 raggiungerà i sei mesi.
Sul piano strutturale, l’adeguamento dei requisiti si inserisce in un contesto segnato dalla crisi demografica e dall’allungamento dell’aspettativa di vita. Secondo le proiezioni, la spesa pensionistica e assistenziale è destinata a crescere, passando dai 148 miliardi del 2023 ai 182 miliardi nel 2032. L’incidenza della spesa pensionistica sul Pil dovrebbe raggiungere un picco intorno al 2040, attestandosi al 15,5 per cento, per poi ridursi gradualmente. Secondo le stime di Ocse e Istat, chi entra oggi nel mercato del lavoro potrebbe andare in pensione oltre i 70 anni di età.
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