Società

“Burnout” termine generico e ambiguo: occorrono diagnosi mediche. Mettiamo i puntini sulle “i”

A breve il MIM insedierà una commissione di esperti (altrimenti definita osservatorio) per monitorare e prevenire il burnout nella scuola. Prima che ciò accada, è bene mettere i puntini sulle “i”. In molti parlano di burnout senza cognizione di causa e facendo dello stesso un cestino dei rifiuti in cui buttare ogni sorta di malessere professionale.

Capita sovente di sentire associazioni professionali di DS, Dsga, ATA, sostenere che la categoria di appartenenza è soggetta a burnout, alla stessa stregua dei docenti. Le cose non stanno proprio così, infatti il termine burnout venne coniato, per la prima volta, nel 1975 dallo psicologo Freudenberg, con riferimento esclusivo alle “professioni di aiuto” (helping-profession o care-givers).

Queste comprendevano gli insegnanti, i medici, gli psicologi, gli assistenti sociali, i religiosi e via discorrendo: peraltro gruppi tra loro del tutto eterogenei per la tipologia di rapporto con la rispettiva utenza. È indubitabile il fatto che il rapporto dei docenti con i loro studenti/alunni è unico ed esclusivo, caratterizzato da innumerevoli peculiarità qualila medesima utenza, la relazione reiterata, prolungata per innumerevoli anni, la frequenza quotidiana, l’asimmetria, l’impronta intergenerazionale, la presenza minoritaria, la relazione priva di maschera dietro la quale potersi nascondere, infine caratterizzata dal fenomeno Dorian Gray ribaltato.

In definitiva possiamo sostenere, che gli insegnanti non possono essere grossolanamente liquidati immettendoli nel calderone delle helpingprofession, poiché necessitano di uno studio decisamente più attento, come dimostreremo in seguito.

I risultati delle ricerche condotte in Italia e nel mondo, in sintesi, dimostrano che l’attività professionale degli insegnanti è così psicofisicamente usurante da: 1) prescindere dai differenti sistemi scolastici adottati dai diversi Paesi; 2) determinare patologie psichiatriche a prescindere dai diversi livelli d’insegnamento; 3) annullare la differenza di genere dell’esposizione al rischio depressivo tra uomo e donna (notoriamente 1:2); 4) generare un rischio suicidario più alto rispetto alle altre categorie professionali nonostante la predominante presenza femminile che di per sé è fattore di contenimento del fenomeno (rapporto suicidario uomo-donna è di 4:1). In definitiva l’usura psicofisica del docente non è da attribuirsi prevalentemente a burocrazia ipertrofica, informatizzazione delle procedure, studenti ineducati, genitori aggressivi. Tutto ciò rappresenta solo il corollario all’esclusiva tipologia di rapporto con l’utenza anzi descritta.

In ambito medico-clinico il termine burnout non viene invero recepito/adottato, né mai assume dignità di disturbo o patologia propriamente detta. Trova infatti spazio nell’ICD 11, come “condizione”, solo nel gennaio del 2022. La qual cosa ha evidenti ricadute in termini di prevenzione, cura e indennizzo da parte dell’Istituzione (cioè assolutamente nulla di tutto ciò). Seppure l’atteggiamento dell’ambiente medico sia stato finora tiepido e improntato a un certo scetticismo, le pubblicazioni a riguardo dell’esaurimento psicofisico dei docenti non lasciano dubbi.

Studi scientifici nazionali e internazionali in Francia, Inghilterra, Germania, Giappone e altri innumerevoli Paesi, infatti, denunciano addirittura il maggior rischio suicidario professionale nella categoria degli insegnanti e il prepensionamento per motivi di salute dovuto prevalentemente a patologie con diagnosi psichiatriche. I pochi studi italiani disponibili (Milano, Torino e Verona) arrivano poi alle stesse conclusioni, facendo registrare giudizi medico-legali di inidoneità all’insegnamento con una maggioranza assoluta di diagnosi psichiatriche, fino a cinque volte superiore alle disfonie (corditi, laringiti croniche, tracheiti) che sono peraltro riconosciute come causa di servizio. Le conclusioni di questi studi sono poi state successivamente riconfermate anche dalle ricerche del Conbs-2012 e dell’Università Cattolica di Roma nel 2016.

Non deve tuttavia sfuggire la differenza sostanziale tra le pubblicazioni che parlano genericamente di burnout e gli studi clinici osservazionali svolti in Italia che presentano diagnosi mediche specifiche e non generiche diciture. Il primo passo verso lo studio delle malattie professionali dei docenti non può quindi che essere costituito dall’analisi dei venti anni di attività (2004-2023) delle Commissioni Mediche di Verifica sotto il MEF (dal 2023 la competenza delle CMV è passata all’INPS). Inspiegabilmente, però, l’Ufficio III del MEF ha opposto un diniego, dal 2015, a chi (Università e sindacati) ha richiesto i suddetti dati a fine di studio e analisi. Spetta senz’altro al MIM rimuovere questo ostacolo per effettuare il primo passo verso il riconoscimento istituzionale delle malattie professionali dei docenti

Dobbiamo tenere bene a mente che termini quali “Burnout, Stress Lavoro Correlato, Rischi Psicosociali” non corrispondono ad alcuna diagnosi medica e non sono considerati malattie. Fare perciò la prevenzione di tali entità non meglio definite, e neanche ricomprese nei relativi manuali diagnostici (DSM-V e ICD 11 se non come “condizione”), diviene oltremodo arduo. Al contrario, gli studi italiani si sono sempre basati su diagnosi mediche poste addirittura da interi collegi medici pubblici (CMV).

La prevenzione delle malattie professionali dei docenti, una volta riconosciute istituzionalmente, dovrà poi essere la stessa per tutte le scuole, evitando soluzioni creative che nulla hanno di scientifico. Al contempo si deve attuare, senza ulteriori indugi: 1) la formazione dei dirigenti scolastici sulle loro tante e gravose incombenze medico-legali; 2) la formazione dei docenti circa le manifestazioni dei primi sintomi, nonché i diritti e doveri nella partecipazione alla tutela della salute dei lavoratori.

Ai suddetti interventi andranno infine necessariamente affiancati, nel breve-medio termine, anche importanti azioni politico-legislative quali la revisione delle politiche previdenziali, salariali e contrattuali. Non è davvero più possibile varare riforme delle pensioni al buio, senza prima valutare la salute professionale di ciascuna categoria.

Saprà tenere conto, l’osservatorio nascente sul “burnout”, di queste avvertenze? Spero proprio di sì e non mi resta che augurare buon lavoro a chi ne farà parte.

www.facebook.com/vittoriolodolo


Source link

articoli Correlati

Back to top button
Translate »