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La storia delle S.P.A. dalle societas della Roma repubblicana a Facebook

Le rivoluzioni tecnologiche non sono necessariamente grandi invenzioni tecnologiche. Infatti, una delle invenzioni centrali nella storia è un istituto giuridico: la società per azioni. La storia di questa invenzione è raccontata da William Magnuson nel libro ‘Profitto. Storia delle grandi aziende dall’antica Roma a Meta’.

Pensate alla costruzione degli acquedotti dell’Impero Romano; al commercio con l’Oriente; allo splendore della Firenze rinascimentale; alla costruzione della ferrovia americana; fino ad arrivare alla produzione di massa di automobili (Fordismo), e alla crescita economica alimentata da milioni di barili di petrolio estratti ogni giorno. Ciò è stato possibile grazie alla combinazione di tre fattori, responsabilità limitata, proprietà azionaria, e separazione tra gli amministratori e i proprietari dell’impresa, che ha consentito di convogliare il denaro di investitori verso grandi imprese, beneficiando dei profitti ma assumendosi il rischio di impresa limitatamente al capitale investito. Ai tempi delle societas romane o delle Compagnie delle Indie le opportunità di profitto delle Spa erano estremamente attraenti. Erano anche rischiose, ma la responsabilità limitata consentiva di perdere al massimo il capitale investito.

La ricchezza accumulata dai Medici in due generazioni era tale da rinnovare l’architettura di Firenze e solo un lavoro meticoloso di Lorenzo riuscì a disperdere. Dieci libbre di noce moscata acquistata dalla Compagnia delle Indie in Oriente per mezzo penny venivano rivendute a 1,60 sterline, con un profitto del 32.000 per cento: tra il 1601 e il 1612 il rendimento del capitale investito fu del 155 per cento. Le Spa erano emanazione del potere sovrano poiché quello che oggi chiameremmo l’oggetto sociale delle imprese erano attività di diretto interesse pubblico. Le societas di Roma hanno edificato strade e acquedotti; la Compagnia delle Indie operava “per la gloria di questo nostro regno d’Inghilterra e il progresso dello scambio di mercanzie”; la Union Pacific Railroad nasce per volere di Abraham Lincoln per costruire la ferrovia che avrebbe unito le due coste. Il potere si affidava all’iniziativa e ai capitali dei privati poiché il bilancio pubblico era modesto e non si poteva immaginare l’impiego di imprese pubbliche per tali operazioni: per secoli le Spa hanno sopperito alla mancanza di un settore pubblico sviluppato.

La storia delle corporation mostra una tendenziale costante nella fase espansiva dell’impresa: la spinta motivazionale al perseguimento di finalità che vanno oltre il mero scopo di lucro a vantaggio degli investitori, in quanto tese a perseguire interessi diremmo oggi collettivi e diffusi di una comunità locale (la ferrovia), di una nazione (il petrolio), globali (mezzi di trasporto e di connessione). Ma quando la fase espansiva è stata raggiunta e l’impresa ha raggiunto le dimensioni tali da poter generare ricchezza pari o superiori rispetto alle istituzioni pubbliche stesse, ovvero, generato il diffuso bisogno di consumo (es. automobili accessibili o collegamenti di rete tra individui) si annida il rischio che quella spinta motivazionale viri in senso individualistico avviando la fase del declino. A farne le spese furono le societas romane, i Medici, fino ai robber barons come il magnate Rockfeller, il quale nel 1911 vide la sua Standard Oil smembrata in sette società. Il potere dà, il potere toglie. La storia delle Spa fornisce lezione utili ai giorni nostri. Che l’unico obiettivo delle imprese, anche delle grandi, sia il profitto per gli azionisti è uno sbilanciamento del passato recente. È lecito ragionare sul fatto che le big possano contemperare i sacrosanti obiettivi di remunerazione del capitale con obiettivi sociali più ampi (si veda la discussione a Bruxelles sulla direttiva di Corporate Due Diligence nelle catene del valore globali).

Le società troppo grandi per fallire sono un rischio per la tenuta della democrazia. Oggi una manciata di società detengono i dati di tre quarti dei cittadini del mondo, e un’altra manciata ha le chiavi in mano della prossima rivoluzione industriale e tecnologica (chips e IA). Infine, le multinazionali che abbiamo definito senza Stato e attori potenti quanto gli stessi Stati, stanno tornando ad essere strumenti di potere e geopolitica; con quali conseguenze?


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