Trentino Alto Adige/Suedtirol

Dietrich Gallmetzer: «Ero usciere in banca, adesso sono quotato in Borsa» – Cronaca



BOLZANO. «Quando ho saputo che mi avevano quotato in borsa mi sono detto, ecco, ce l’hai fatta». Solo qualche settimana fa, alla borsa di Vienna. Bel salto per un usciere di banca. «È successo da ragazzo. Mio papà mi ha detto: inizia così, poi arriva sicuro il posto fisso. La Banca è una garanzia». Solo che lui e il posto fisso non si sono mai capiti. Dietrich Gallmetzer , oggi 65 anni, vedeva gli altri che staccavano alle cinque e andavano a divertirsi, faceva due conti e si diceva: beh, ho tempo. Nei fine settimana via, in giro per negozi con in borsa i campionari di moda e se non lo capivano li indossava lui. La sera, dopo mangiato niente tv: «Facevo gli gnocchi e i canederli alla Koch». La notte era il tempo dei progetti. Per la serie: il tempo non è solo denaro, è soprattutto opportunità. Gallmetzer sembra la versione sudtirolese del self made man. Non viene fuori da un garage californiano suburbano come i pazzi miliardari della Silicon Valley, ma dalla raccolta delle mele fatta nei ritagli, le cassette caricate in auto per venderle casa per casa, i fornai che lo aspettavano dopo le 22 per farsi aiutare col lievito, la mattina in banca. Poi il primo balzo: «Perché lavorare solo per gli altri? Avevo due lire risparmiate e ho chiesto un mutuo». L’inizio è questo: centomila euro e quattro dipendenti. La conclusione – ma solo temporanea visto il tipo – è invece questa: 350 collaboratori e un fatturato di 82 milioni di euro. Il risultato del combinato disposto tra mai voglia di star fermo e orari che non esistono, è che Dietrich Gallmetzer, bolzanino, con la sua Gerhò e una geografia fitta di marchi e sigle tutte strette in una holding mirata alle forniture dentali e alla produzione di attrezzature mediche odontoiatriche, mercati mondiali, è uno dei pochissimi altoatesini quotati in borsa. Si contano sulle dita di una mano.

Ma la spinta da dove viene?

Le racconto un ricordo. In casa i miei fumavano e la sera si guardava la televisione. Io quasi non la vedevo tanta era la nebbia del fumo che saliva. Una notte ho pensato: basta, mi faccio una casa mia.

Età?

Poco più che un ragazzo.

Se l’è fatta come, comprandola?

No, letteralmente facendomela. Malta, cazzuola, un po’ di legame e qualche aiuto in giro.

Non ci si crede.

Invece sì. Un piccolo terreno, qualche spiccio da casa, ma non bastava.

E allora?

Il lavoro. Il papà faceva il dirigente di banca e mi ha detto: inizia lì. Ho fatto l’usciere, insomma, il primissimo gradino. Solo che lo stipendio fisso era proprio fisso, nel senso che più di quello… allora ho pensato che di tempo ne avevo e allora ho sfruttato l’unica cosa che c’era a disposizione.

Tempo per fare che cosa?

Di tutto. Il pomeriggio rappresentante di moda. Qualche volta, lo confesso, anche il modello. Poi le mele. Sabato e domenica con le cassette. Ma c’era la notte a disposizione. Tutto era tranquillo e l’ultima cosa che volevo fare era stare sul divano davanti alla tv.

È allora che si è fatto fornaio?

Oddio, fornaio… aiutavo. Alla Koch avevano bisogno di uno che desse una mano a impastare i canederli e tutto il resto. Così, un soldo qui e uno là, ho iniziato a ragionare da solo. Nel senso: perché non fare una cosa mia e non solo da dipendente? Anche se in banca mi muovevo, dopo la Btb la Raiffeisen, dopo ancora il Banco Ambrosiano.

A pensarci…

Eh sì, a pensarci magari potevo fare la mia carriera. Ma c’era troppo da aspettare e io sognavo, sognavo.

Alla fine del sogno?

Avevo un buon pacchetto clienti. Conoscevo persone e cose. E anche chi non se la passava bene, succede nelle aziende. Alla Gerhò sono entrato come socio, poi, passati un po’ di mesi di difficoltà, l’ho presa in mano. Pochi, pochissimi dipendenti, mercato bloccato.

Ora le sue aziende sono leader nel settore dentale. Fortuna?

Quando sento questa parola mi agito sulla sedia. La fortuna non esiste. Esiste l’impegno. Poi, certo può arrivare la sfortuna, quella sì. Ma c’è la volontà, non darsi per vinti. E, soprattutto, inseguire i propri sogni.

Basta?

No, serve il lavoro. Uno può riuscirci fino in fondo, un altro si ferma a metà ma il lavoro è la chiave. Uno va a letto sereno se ha fatto tutto quello che poteva. Vedo oggi i miei dipendenti…

Che ha coi dipendenti?

Niente, tutti bravi. Ma quasi tutti alle cinque staccano e se ne vanno chi in palestra, chi in giro. Non che tutti debbano fare come me, ma per me le cinque erano solo l’inizio di un altro lavoro.

È quella la chiave?

Non so se vale sempre, ma se uno non è contento di quello che ha, o non gli basta dovrebbe scovare altre opportunità.

E lei adesso, basta così? Si figuri. Io copio.

Come sarebbe che copia? Serve sempre guardarsi intorno. Ho visto che certi concorrenti avevano un catalogo dei prodotti buono. L’ho visto, l’ho migliorato.

In via Negrelli, dove ora ha il suo centro c’era la Selva, altra azienda di un altoatesino.

Era un terreno perfetto. Preso quando la Selva è finita a Verona. Ora la borsa. Una soddisfazione che non so spiegare. È accaduto a Vienna, poco tempo fa, perché lì hanno un settore dedicato alle aziende familiari.

La sua lo è? Ma certo. Ci sono io e da un po’ anche i miei figli, Jochen, Nora e Lisa. Helene, mia moglie.

Bravi?

Certo. Solo che ogni tanto se ne vanno quando finisce l’orario.




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