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L’Ue accelera sulla fibra, il forum ANSA sul Digital networks act – Altre news

Addio al rame e passaggio completo alla fibra per tutti entro il 2035, passaporto unico per gli operatori e una spinta verso il mercato unico delle telecomunicazioni: il nuovo Digital networks act (Dna) europeo è stato al centro del forum ANSA Europa dedicato alla svolta digitale, in diretta oggi dagli studi del Parlamento europeo. Ospiti del confronto l’eurodeputato di FdI Francesco Torselli, Francesco Rotunno, head of EU Affairs di Open Fiber, e Stefano Da Empoli, direttore di I-Com.

La nuova proposta normativa, presentata il 21 gennaio dalla Commissione europea, delinea una road map ambiziosa per lo switch-off delle reti in rame. Il dibattito si concentrerà sulle opportunità sociali e territoriali della transizione e sul ruolo dei fondi europei nel garantire investimenti omogenei ed evitare divari tra territori. 

IL VIDEO DEL FORUM

 

Lo switch off delle reti tradizionali per il passaggio alla fibra entro il 2035 deve essere “un obiettivo realistico”, ma non può tradursi in “uno spegnimento di un interruttore” e “non deve lasciare indietro nessuno”, ha evidenziato Torselli. “La commissaria Virkkunen ha parlato di obiettivi ambiziosi: è doveroso” passare alla fibra “perché porterebbe un aumento della qualità dei servizi, renderebbe l’Europa più appetibile per gli investimenti e aumenterebbe la competitività delle imprese”, ha sottolineato l’eurodeputato, precisando tuttavia che il percorso deve essere “graduale e flessibile”. “Se il mercato dovesse essere drogato da questo spegnimento e aumentassero i costi per l’utente, si genererebbe una reazione che porterebbe all’esatto contrario: un rallentamento del processo di ammodernamento”, ha avvertito. “Non dobbiamo dimenticarci, né da italiani né da europei, che il nostro territorio è pieno di aree in cui la digitalizzazione è difficile, costosa e antieconomica per le imprese” e, ha evidenziato, anche per questo “i Paesi possono e devono partecipare” allo switch off “finanziando investimenti antieconomici per le imprese ma hanno una grandissima valenza sociale”, guardando soprattutto ad “aree interne e grigie”. 

Una linea condivisa anche da Open Fiber. Nel suo Digital newtorks act “la Commissione europea stabilisce un processo ordinato che coinvolge tutti gli attori in gioco: lo Stato, gli operatori, le autorità nazionali e l’utente finale” e, ha sottolineato Francesco Rotunno, offre “una coerenza che deve essere mantenuta”, chiudendo il cerchio delle politiche avviate negli ultimi anni. La sfida resta l’attuazione. “In Italia la copertura cresce di oltre il 10% l’anno e abbiamo raggiunto la media europea, con più del 60%, ma il tasso di utilizzo resta bassissimo, intorno al 22%. E’ chiaro che una politica come quella dello switch off va a colmare questo divario e dà certezza agli investitori”, ha evidenziato ancora il responsabile per le politiche europee del gruppo wholesale only, auspicando che la nuova legge Ue possa dare una spinta a “invertire” la tendenza del calo di investimenti osservato di recente e scongiuri il rischio di una diffusione della fibra a macchia di leopardo. “Paesi come Spagna, Portogallo e Francia hanno già avviato questo processo e stanno beneficiando della digitalizzazione. Altri, come Germania, Belgio e in parte l’Italia, sono più indietro. Armonizzare le condizioni garantisce parità di opportunità“, ha osservato Rotunno, mettendo in rilievo i benefici di sul fronte “dell’efficienza energetica, fondamentale in una fase in cui si spinge sull’intelligenza artificiale e su tecnologie ad alta intensità energetica”.

“Il giudizio complessivo” del Dna da parte del direttore di I-Com, Stefano da Empoli, “è positivo”. Il testo, ha riconosciuto, cerca un equilibrio anche rispetto alle indicazioni emerse nei rapporti di Enrico Letta e Mario Draghi, in particolare sui temi dello spettro e del consolidamento. “Forse in Parlamento ci sarà spazio per qualche piccolo atto di coraggio in più», ha aggiunto, indicando nello switch off uno dei perni del nuovo impianto regolatorio: “Innovazione e competitività passano prima di tutto dalle reti digitali, ed è bene che siano più performanti di quanto non siano oggi”. Secondo De Empoli, però, il nodo principale non è solo l’offerta infrastrutturale. “In Italia – ma non solo – vedo soprattutto un tema di domanda, uno scarso utilizzo delle reti già esistenti”, ha osservato, pur ricordando gli investimenti in corso nelle aree bianche e grigie e l’obiettivo di raggiungere i target europei “in tempi relativamente brevi”.

“E’ giusto procedere con passi corretti, una roadmap ben specificata e in maniera graduale”, ha osservato ancora il professore, richiamando un precedente italiano: “Il passaggio dall’analogico al digitale terrestre è stato uno switch off che, nonostante le paure iniziali, si è rivelato un pieno successo”. Da qui l’invito a non guardare solo allo specchietto retrovisore. «Serve uno slancio verso il futuro», ha detto, purché “basato su qualcosa di certo, ben strutturato e consolidato”.

Sul fronte dello spettro, De Empoli ha rilevato che Bruxelles ha scelto “una soluzione di mezzo”, tenendo conto delle diverse posizioni in campo, e valuta positivamente anche gli sforzi di semplificazione regolatoria. Quanto al 5G, i ritardi dei Paesi più indietro, come Italia e Germania, sono riconducibili a suo avviso anche a modelli d’asta pensati per massimizzare gli introiti: “Peccato che così gli investimenti in infrastrutture essenziali abbiano tardato”. La proposta europea, ha concluso, va nella giusta direzione proprio perché introduce impegni di investimento che, “alla lunga, sono l’aspetto più decisivo per la vita dei cittadini e per la competitività dell’Europa”.

A offrire una nota politica di chiusura sul delicato dossier delle Big Tech è stato Torselli. Un fair share, contributo equo, a carico delle major del tech per l’uso delle reti europee resta fuori dal Digital networks act e questo, secondo l’eurodeputato di FdI, è di per sé “un dato politico”. Ma non deve essere “un tentativo di rimandare la responsabilità sugli Stati, immaginando che la trattativa finisca in capo a 27 governi che la portano avanti in 27 maniere differenti. Per me questo è un tema fortemente europeo”. “Non sono ideologicamente contrario al fair share” che aprirebbe “a una trattativa con le Big Tech e con chi produce contenuti, e questo mi trova favorevole”, ha spiegato Torselli, mettendo tuttavia in guardia dal rischio di “produrre una tassa che poi rimbalza sull’utente finale, che paga ciò che le Big Tech versano agli operatori di rete”. Il nodo centrale resta la dimensione europea. “Per affrontare questo tema servono dati certi e inconfutabili sull’impatto reale di questa operazione. Oggi solo l’Europa è in grado di metterli sul tavolo, non i 27 Stati nazionali”, ha evidenziato.

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