Cultura

Ritorno a Derry: perché l’orrore di Pennywise è l’unico franchise che non teme il “passato”

Non si può non accorgersi del paradosso tutto contemporaneo nel mondo della serialità, cioè la paura del finale. Ma quando il tuo antagonista è un’entità misteriosa che riemerge ogni ventisette anni per banchettare con i traumi infantili, il concetto di “conclusione” diventa un dettaglio abbastanza trascurabile.

IT: Welcome to Derry è decisamente il prequel che non sapevamo di volere, il nuovo baricentro dell’universo HBO. A dimostrazione che a Derry, più si scava nel fango del passato, più si trova oro (nero).

Questo 2026 si apre con la conferma che la seconda stagione è già nei laboratori creativi della writer’s room, ma la vera notizia non è il “se”, ma il “quando”. E, soprattutto, il “come”. La prima stagione ha saputo giocare magistralmente con la nostalgia degli anni Sessanta, ma i nuovi rumor suggeriscono un’immersione ancora più profonda negli abissi temporali. Stavolta si punta agli anni Trenta.

La struttura che batte il tempo

Il limite narrativo di Pennywise è sempre stato la sua sconfitta definitiva nel 2019 (IT: Capitolo Due). Andy Muschietti, però, (ormai asceso al rango di semidio in casa Warner/DC) ha intuito che la forza di Derry sta proprio nella sua natura ciclica.

Copyright by HBO and other relevant production studios and distributors

La serie sembra ormai orientarsi verso una forma frammentata e retrospettiva, a tutti gli effetti un percorso a ritroso che trasforma la cittadina del Maine in una lunga e ininterrotta cronaca di violenza millenaria.

Questa impostazione permette alla produzione di eludere la stanchezza del cast, con volti e scenografie rinnovate e l’unica costante necessaria, ovvero quella tensione sotterranea che Stephen King ha descritto come il battito cardiaco di una città predatrice. Ambientare la seconda stagione durante la Grande Depressione è quindi una necessità narrativa. Dopotutto, quale periodo migliore per un’entità che si nutre di disperazione?

L’Enigma Skarsgård e il fattore Bob Gray

Il vero elefante nella stanza resta la questione Bill Skarsgård. La sua performance è stata così intensa da rendere quasi impensabile un recasting. Eppure, la serie ha introdotto l’intrigante figura di Bob Gray, l’ispirazione umana dietro la maschera.

La sfida per la stagione 2 sarà mantenere Skarsgård vincolato al progetto senza trasformare Pennywise in una macchietta da slasher ripetitivo. E non mancano le sfide tecniche. Una ricostruzione degli anni Trenta richiede budget da colossal e tempi di post-produzione che potrebbero far slittare il rilascio di almeno due anni. Ma d’altronde, nell’universo di King, l’attesa è parte integrante del terrore.

Foto copertina: Copyright by HBO and other relevant production studios and distributors


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